LA
CHITARRA CHE MORI' A SARAJEVO
Niente
Leonardo Di Caprio. Niente Kate Winslet. Neanche l'ombra dei due eroi romantici
abbracciati in volo all'albero di prua. E niente orchestra. Sulla nave solo una
chitarra un po' assonnata alle prese con le suadenti note del Titanic
hollywoodiano. Tanto quella notte, tra Ancona e Spalato, il mare era più calmo
e discreto di un lago svizzero. Silenzio, buio, brezza leggera. Sogni sereni.
Prime
luci dell'alba. Il mare della Croazia impeccabile nelle vesti di padrone di
casa. Circondato da una miriade di isole fedeli e di straordinario fascino nel
look onirico delle sette meno un quarto del mattino. Il miglior benvenuto alla
curiosa brigata. Dai 20 ai 35 anni, gente arrivata un po' da tutta Italia,
dalla Mole antonelliana di Torino agli alloggi universitari di Roma, fino alla
Zisa di Palermo.
Prime
foto tutte per l'alba e la costa di Spalato (se le meritano, eccome!). Pronti,
si parte. L'autobus per Sarajevo bello carico di chitarre e bagagli. Il primo
appello ufficiale e i primi "Presente!, Eccomi!, Sono qui!" tanto per
familiarizzare con nomi e facce; ah, le bocchette per l'aria fredda non
funzionano. 35°C: pazienza. Niente aria condizionata, ma aria di nuove amicizie
in fermento e una grossa scorta d’entusiasmo per il primo indimenticabile
viaggio dalla Croazia alla Bosnia.
Si
parte. Parlare con il vicino di posto o contemplare in silenzio il paesaggio?
Appena fuori Spalato, l'interrogativo non ha più senso. Magari si parla anche,
ma tutti con gli occhi oltre i finestrini. Il litorale evoca il mare della
Sardegna, gli scorci del Gargano, oppure la Calabria o Amalfi e Positano...
Forse l'idea di un campo di lavoro a Sarajevo è ancora lontana. Dall'altra
parte del confine. Il panorama fa pensare solo a momenti paradisiaci in mezzo a
una natura allo stato puro.
Eccolo
il confine. E ora? Ah, nuove scritte, certo, nuove divise, nuove bandiere, è
normale, nuove targhe per le auto, scontato. Ma la natura? Forse stupisce
proprio il fatto che continui a stupire. Non è quella del probabile paesaggio
bosniaco post-bellico che ognuno poteva essersi prefigurato da casa...
Laghi
e torrenti di una limpidezza mai vista, vegetazione rigogliosa. Il sole rende
tutto ancora più bello. In fondo non dovrebbe essere così sorprendente: la zona
è a metà tra l'area balcanica e quella dei paesaggi austriaci e sloveni.
Breve
illusione: ecco i segni della distruzione, le case senza i tetti e le
sconfinate distese di tombe sui prati verdi. Tutto succede così soavemente,
lento evolversi scenografico. La scena fa male proprio perché così ben
impostata, impeccabile e imprescindibile, al pari di questo sublime paesaggio
bosniaco. Teatro di guerra.
Il
riflesso lirico e onirico del conflitto bellico. Il sipario è solo un po' più
recente. Niente più eco delle grida di panico, delle fughe, delle notti
interrotte per sempre. Regna disarmante la pace cantata dagli uccellini, il
fruscìo delle foglie e l'acqua che scorre silenziosa tra fiumi e ruscelli. Agli
occhi lo spettacolo si offre più che mai vario e contrastato: la vegetazione
vincitrice assoluta, con la luce del sole altro vincitore e l'uomo perdente
predestinato, sia già sotto terra all'ombra della modesta pietra tombale in suo
onore, sia quando è ancora lì in piedi, in un disperato tentativo di ripresa
tra i campi generosamente minati e resi inaccessibili dall'anonimo nemico. La
guerra che lascia a bocca chiusa.
Su tutto, solo le confuse note dell'imprecisata stazione
radiofonica scelta dell'autista croato. Chissà lui ogni giorno come li vive al
volante questi tragitti drammatici, capaci di zittire una quarantina
d’italiani, altre volte logorroici, barzellettisti, caciaroni e canzonettari.
Due
settimane dopo. Rieccoli. Il viaggio di ritorno da Sarajevo, alle nove di
mattina con un sole che sarà ancora una volta protagonista assoluto per tutta
la giornata. L'autista riconosce qualche faccia e tutti riconoscono l'autista
che all'andata regalò l'insperata sosta al mare in Croazia. Anche il ritorno
prevede due fermate: una a Mostar e un'ultima ancora al mare prima di far
ritorno a Spalato.
Ma
nessuno pensa al viaggio di ritorno.
Il
cuore è troppo pieno dei ricordi di queste ultime due settimane.
Sarajevo:
un'esperienza di vita che tutti vorranno ripetere; tante nuove amicizie, magari
non considerate ancora, ma anche queste scaveranno un solco profondo negli
animi.
Le
foto di gruppo prima di salire sull'autobus. Ultimo romantico tentativo di
catturare il momento. E i cittadini più mattinieri ricominciano la loro
giornata in una soleggiata domenica. Guardano con curiosità a questo strano
gruppo di angeli/demoni, bizzarri visitatori italiani che non mancavano di
farsi notare nei bar, negozi, alla Posta, al ritorno dal lavoro quando, sempre
armati di chitarra, cantavano anche a bordo del furgoncino bianco della
Caritas, o della Fiat Panda targata Torino, oppure della Zastava (una versione
locale della mitica 128) presa in prestito da una chiesa della città. Chissà
che questa partenza ora non li rattristi anche un po'. "In fondo 'sti italiani
sempre allegri, con la chitarra, cantare a squarciagola, ridere sempre... Non
parlano il croato, ma cercano sempre di parlarti..." - cosa mai penseranno
in quel silenzio impenetrabile? Anche i nostri semplici cenni di saluto: tanti
"Dobar dan!" pure se pronunciati male, per provare a dire in bosniaco
(o anche in torinese, padovano, milanese, romano, sardo, calabrese,
siciliano...) un sincero "Buongiorno!" a chi la guerra l'ha vissuta
da vicino e ora cerca di ricominciare.
Già.
Sarajevo. L'idea di ricominciare.
Per
questi giovani italiani la città resterà l'immagine ricorrente di muri
sbriciolati o di case in costruzione, realtà in divenire, mai niente di certo o
di stabile.
Abbattere
costruzioni fatiscenti rimaste tali dal tempo delle bombe di un assurdo assedio
durato tre anni, riciclare e pulire i mattoni intatti e lavorare alle
fondamenta delle nuove abitazioni. Studenti, impiegati, medici, giovani
avvocati e padri gesuiti insieme per trasportare sacchi di cemento, lavorare
alle betoniere, passarsi mattoni e travi, togliere l'intonaco o le tegole dei
tetti colpiti e, per almeno due settimane, credere nel domani di persone
seriamente toccate e famiglie per sempre mutilate dalla guerra. Quelle mamme o
nonne che ogni cinque minuti portano con premura l'acqua generosamente
trasformata in succo d’arancia grazie a sciroppi o polveri solubili, unica
risorsa dei modesti focolari e, al limite, qualche dolce fatto in casa con ciò
che la natura gratuitamente concede.
Un
nuovo palazzo da noi spunta quasi all'improvviso. Imponenti colate di cemento,
gru, ruspe a tutto spiano. Nel villaggio di Stup, a sud della capitale
bosniaca, anche le carriole sono contate. Si mettono in comune insieme alle
poche risorse umane rimaste. Un gruppo di volontari rappresenta più che altro
una boccata d’umanità. Una presenza per crederci ancora. Spesso al fianco di ex
contadini ultracinquantenni (quasi sempre con vistose cicatrici...) che
edificano nuovi muri, magari proprio a pochi metri dalla vecchia casa diroccata
e in molti casi ancora zeppa di granate e altri ordigni inesplosi. Le donne
dedite a rigenerare gli orticelli. Qui i fiori in sboccio sono assolutamente
preziosi per dire al mondo intero che questa terra è ancora viva.
Nessuna
esagerazione. Gran parte del territorio resta e resterà ancora per molto tempo
inaccessibile. Tranne le strade asfaltate e i terreni battuti o fortunatamente
già "bonificati" dall'intervento degli eserciti internazionali o
dall'Esercito di Bosnia. Il resto della terra ricoperto da erbacce o piante
selvatiche cresciute a dismisura, zeppo di mine "antiuomo" o
"anticarro" diligentemente seminate dagli eserciti che così, prima e
dopo il conflitto, hanno deciso di difendere o rendere "inutilizzabili"
questi luoghi. Che, detto in altri termini, significa altissima probabilità di
saltare in aria o restare parzialmente mutilati a un piede, a una mano o
perdere completamente gli arti inferiori, se solo si va qualche centimetro
oltre i margini dei sentieri indicati.
Che
stimolo si può trovare in un "dopoguerra" ancora ad alto rischio e
realmente "minato", condizionato pure dall'impossibilità di agire con
libertà sulla propria terra? Per questo molti profughi non sono mai più
tornati, né tanto facilmente lo faranno, considerati anche i problemi tra le
etnìe cristiana e musulmana che complicano gli stessi meccanismi di ritorno
nelle abitazioni o nei quartieri occupati prima del conflitto. Quartieri
musulmani, villaggi dei cristiani. Moschee e minareti, chiese cristiane e
chiese ortodosse. Rovine inavvicinabili. Gente stanca di combattere. Giovani
che sognano con gli occhi nelle vetrine dei negozi del centro. Il "Viale
dei Cecchini" attraversato ancora un'ultima volta.
L'autobus
sta ripartendo. Fisicamente sono tutti presenti. La testa è ancora tra le
impalcature, le macerie e i sorrisi pieni di gratitudine a Stup, oppure nei due
villaggi di profughi musulmani, tra quelle facce di bambini e genitori al
settimo cielo in quindici giorni davvero speciali di giochi, canzoni, partite
di calcio e festeggiamenti con i nuovi amici italiani. Bambini speciali, così
speciali e pieni di vita, che qualcosa di questi italiani ha preso una ferma
decisione.
Lasciarsi
morire. Proprio qui, tra loro. Davvero, niente scherzi. Tra grida scatenate,
giochi con la palla e biciclette sgangherate.
Un'umile
chitarra.
La
discreta imitazione di una Eko. Sì, una delle "amiche inseparabili"
della comitiva. La stessa che, puntualmente, dopo il pranzo davanti alla casa
in costruzione, sulla lunga tavolata artigianale ai bordi del campo minato,
prima della ripresa pomeridiana, attaccava con le solite canzonette... Quella
che un bel pomeriggio è entrata come il piffero magico della famosa favola per
chiamare a raccolta gli oltre cinquanta "mocciosetti" del villaggio
di profughi musulmani di Otes, aprendo le danze, i canti e i giochi che per due
settimane hanno colorato di vita un intero quartiere in pigra attesa di
qualcosa o qualcuno che forse esiste solo nella fantasia. Chissà.
Irrimediabilmente affezionata a quelle ditine che cercavano di sfiorarla, di
tirarle i pizzicotti, di farle intonare canzoni bosniache. Nessuna voglia di
tornare in Italia. E così, alla prima occasione propizia, sdraiata e nascosta
nell'erba, ha atteso in silenzio la morte che l'avrebbe per sempre lasciata lì,
tra quei bambini. Non ha neanche penato molto. Una macchina, ignara, è passata
pochi secondi dopo in retromarcia sulle sue corde, immobilizzandola per sempre.
L'ha liberata della sua funzione più scontata, lasciando vagare per sempre la
sua anima in legno al centro di quel mondo di bambini pieni di magìa...
Una
chitarra in meno non può certo impedire a quaranta volontari italiani di
continuare a cantare... Eccoli ancora lì. Decisi a trascorrere la notte del
rientro, tutti accampati tra coperte e sacchi a pelo, sul ponte della nave.
La
sera, al largo di Spalato, forse ancora più magica dell'alba del sognante
benvenuto di quindici giorni prima. E per una chitarra che non c'è più, tanti
nuovi amici disposti a fare casino fino a che qualcuno non protesti e dica di
dormire. Cantano in italiano, certo; il repertorio fin troppo prevedibile. Chi
è lì intorno però, forse non sa una cosa. A cantare non sono solo una
quarantina di pazzi nostrani colpiti da insonnia; ma proprio lì, tra stelle pronte
una volta tanto a cadere anche su richiesta, e con i fumi della rackìja
(acquavite o grappa...) di Sarajevo che fa innalzare gli spiriti, ci sono
decine, centinaia di cuori bosniaci persuasi una volta di più che forse vale la
pena di continuare a cantare insieme, anche se "dopo solo quindici giorni
'sti benedetti italiani se ne tornano a casa". In fondo anche grazie a
loro e nonostante tutto il resto, la speranza ancora sopravvive.
Il
mare è calmo anche questa notte, proprio come all'andata.
Perfetta
la luce delle stelle. Ne cadono a grappoli. C'è una chitarra in meno...
Silenzio. Col vento e la grappa è più facile sognare la pace.
Raffaele