Diario di Bordo
9 luglio
Dal sotto della mia zanzariera africana provo a scrivere nonostante una stanchezza terribile mi pesi sugli occhi. Ho visto oggi, per la prima volta, la miseria africana ai bordi delle strade. Ho visto i container in cui vive la gente, ho visto le strade di fango, il disordine, la sporcizia, ho visto tutti questi bambini e ragazzi. Bancarelle che vendono un po’ di tutto, spazzatura, casualità, non sistematicità.
10 luglio
Questo primo giorno di africa mi mette addosso una stanchezza terribile, sia mentale che fisica. Tante sensazioni che si alternano tutte con forza, ora d’agio ora di malessere, e sottostante una comune incertezza di chi si sente in un contesto totalmente nuovo di cui non conosce regole e meccanismi e che per il momento non gli appartiene. Faccio fatica ad abituarmi a tutta questa miseria, a tutta questa bruttura. Si perché quello che più mi colpisce è che quando si è poveri tutto è brutto, in primo luogo esteticamente. La città è costruita senza senso, una distesa di casette più o meno fatiscenti, baracche in cui ciascuno porta avanti le sue attività disseminate senza logica, materiali tutti rotti, dappertutto una sporcizia ed un casino senza dimensioni, la spazzatura in ogni luogo, macchine rotte, case in costruzione, strade non asfaltate piene di buche e di pozzanghere. È questa la scena in cui questa miriade di gente vive… i bambini giocano, le mamme allattano i figli, tutti hanno un buco di negozzietto fatiscente che non diresti mai che vende qualcosa, in questo casino si mangia, si stendono i panni, ci si riposa. Poi ci si mette la pioggia che a momenti scroscia con gran forza, e ciascuno si rifugia come può sotto una tettoia, un pezzo di lamiera, un vecchio ombrello o un sacchetto della spazzatura. Un gruppo di soldati stava sotto il rimorchio di un camion a giocare a carte. Per tutta la giornata di oggi ho cercato un luogo che fosse bello, forse perché ne avevo bisogno io, forse per la speranza che ci fosse per questo popolo una fonte di incontaminato, un qualcosa di puro da cui attingere calma e ispirazione, ordine. Non so se l’ho trovato. Sul mare spesso si affacciano delle discariche e le spiagge sono piene di schifezze. E la sporcizia di questi bambini.
Eppure ho parlato con tanta gente ed ascoltato tanta voglia di vivere, di reagire, tanta energia rispetto alla mia desolazione per quello che mi circondava. Tamba l’amico di Laura e un suo compare si infiammano a parlare di fatti politici e credono nel sollevamento delle donne contro il prezzo del riso che aumenta, “certo che le nostre idee sono ambiziose ma bisogna osare bisogna avere il coraggio di cominciare la lotta”; il tontinier (uno che raccoglie soldi in un mercato e li rende ai commercianti alla fine del mese in modo che questi possano almeno risparmiare un po’) mi dice quanto è contento del suo lavoro e assolutamente vuole che prendiamo un appuntamento per vedere un’altra parte della città; un ragazzo sulla spiaggia si allena per giocare a calcio mi dice che sogna di diventare calciatore in europa, ma che è dura fare sport per chi torna a casa e mangia un piatto di riso e poi mi parla del loro spirito di comunità, del fatto che per loro essere insieme è tutto; una ragazza in loculo che funge da centro del telefono mi parla dell’università che sta facendo, di tutte le risorse del paese. È forse dunque anche un fatto di abitudine, che gli occhi si adattino a questi scenari così diversi per capire se ci sia realmente una sofferenza profonda nella gente. Questi incontri, il sorriso delle amiche di Laura, di tutti gli artigiani che ormai la conoscono e le vogliono bene sono un po’ come una difesa rispetto al feroce abbruttimento di questi luoghi che potrebbero essere un paradiso ed ai miei occhi appaiono per ora piuttosto un girone dantesco.
11 luglio
Oggi la giornata è stata più rilassante e proprio bella. Tutto inizia con la messa alla mattina, chiesa gremita di gente, un prete guineiano che interroga la gente durante la predica, ride, si muove, scherza e un sacco di ragazze, tutte vestite con stoffe colorate per l’occasione. Le ragazze qui sono davvero molto belle, quasi tutte. Sono seduto vicino ad un bambino, avrà sei anni, riccioli cortissimi vestito con un ometto. Mi accorgo di in piccolo neo che ha sul collo, e penso per un attimo a come questa creatura sia unica e speciale su tutta la terra, a come questa massa di gente che popola queste strade, ognuno intento in attività che per certi versi sembrano insensate o incomprensibili, ciascuno in questo brulicare di mondo è di per sé così grandioso. Verso il pomeriggio un acquazzone immenso ed improvviso allaga tutte le strade, il taxi taglia laghi d’acqua marrone, tra le case serpeggiano vagonate d’acqua rapide come solo in montagna. Sotto la pioggia ci fermiamo a comprare un po’ di frutta e verdura da una signora che sembra così simpatica. Poi viene un po’ più bello e con Laura ce ne andiamo a fare un giro. Si sta proprio bene con Laura, siamo abbastanza silenziosi ma facciamo tante cose insieme e si sente che stiamo condividendo un’esperienza importante, la osservo e la ammiro molto per la sua capacità di incontrare questa gente, parlare con tutti e per tutti avere le parole giuste. Ora è notte sto scrivendo qui da sotto la mia zanzariera e fuori c’è un finimondo di temporale. La luce è appena saltata. Penso alla gente che vive fuori, chissà se si bagneranno loro? se i tetti di lamiera non fanno passare l’acqua? Eccola ora è tornata. Qui anche l’acqua ora c’è, ora no. E del telefono non ne parliamo oggi dopo due giorni sono riuscito a “parlare” con i miei attraverso una linea internazionale clandestina… insomma parlare, loro penso mi sentissero, io non sentivo quasi nulla. Dicono sia la stagione delle pioggie. Buba il ragazzo che fa i lavori in casa qui oggi ci ha detto che si sente poco bene ed è sempre stanco. Gli ho chiesto se pensa di avere la febbre e mi ha detto che non sapeva, forse si. Allora gli ho detto di misurarla e ha fatto una faccia strana (?). Quando Laura gli ha portato il termometro si è scoperto che non ne aveva mai visto uno prima. Ma la cosa più bella della giornata è stata imparare a giocare ad avolè. Con Laura siamo entrati in un negozio di arte africana e i venditori sono stati come al solito molto gentili. “bonjur” “ça va?” “ça va!” “et la famille ça va?” “oui ça va!” “et les activites ?” “ça va!” questo rituale dura un sacco di tempo. Insomma dopo un po’ adocchiamo un tavolino con dei buchi e dei fagioli dentro e chiediamo di che si tratti. È un gioco e ci propongono di imparare. Insomma stiamo una buona mezzora a giocare con questi signori guineiani e restiamo d’accordo sul tornare prossimamente per migliorare la tecnica, è incredibile come questa gente viva in pace. Seduti sui loro gradini mangiano, parlano, osservano quello che succede attorno, Laura dice che pensano, per ora a cosa pensano non l’ho ancora capito.
12 luglio
Il pezzo forte della giornata è stato la visita al porto di Conakry accompagnati da un distinto mafioso locale che ci ha fatto passare tutti i controlli perché in porto ci lavora. Subito mi colpisce che fuori dall’ingresso ci sono dei poliziotti in tenuta anti sommossa, divisa e accessori vari assolutamente uguali a quelli che si vedono dalle nostre parti. E buffo come sia una delle poche cose che si ritrovano proprio pari pari. Il prezzo del riso è aumentato moltissimo negli ultimi mesi, e la gente ha assaltato qualche camion, dunque il porto è un posto un po’ “sensibile”. Dentro è un mondo un po’ pazzesco. In un capannone montagne di riso che non se ne vede la fine sono state scaricate da una nave che viene dalla Thailandia per garantire alla Guinea l’autonomia alimentare. I marinai sono asiatici, e lavorano agli argani su questa bagnarola corrosa dal sale. Più in là la zona del cemento e poi l’allumina, accecante da quanto è bianca. Più in là ancora la zona container dove Messina e Grimaldi spadroneggiano. Ma l’incontro più pazzesco e un po’ inquietante è con il super capo della dogana con cui ci fanno parlare. E’ un africano nero come il carbone e grasso, con i denti bianchi e due occhi grandi un po’ più giallastri, ma lucidi, seduto sulla sua poltrona ci parla dei traffici e delle sua attività private (hotel, commercio, una discoteca con addirittura tre piste da ballo), ci fa capire con vanto che nulla arriva nel paese se lui non lo vuole. Sembra davvero uno di quei generali signori della guerra, o un bracconiere d’avorio, uno che straborda di potere, viscido, sicuramente corrotto fino al midollo. Io e Laura rimaniamo un po’ disgustati e imbarazzati dalla sua gentilezza, dalla complicità che ci concede e dalla sua ristata grassa. Tambà e Moussà sono invece davvero affascinati da questo tipo, gli brillano gli occhi a vedere tanto potere tutto insieme, “se devi trattare con qualcuno è con gente così che devi trattare”. I doganieri sono dappertutto con le loro divise blu e si capisce come davvero ci sia sulle possibilità di sviluppo per il paese la cappa di chi ha una posizione ed esercita il suo potere; chi può si arricchisce affamando il suo popolo Dopo aver mangiato un pesce fritto ad un banchetto andiamo al ministero dove devo incontrare il mio primo contatto per la ricerca. Il ministero sembra dentro più o meno come una delle nostre USL, in un corridoio tra le seggiole rotte un tizio dorme a pancia in su sopra un tavolo con le gambe appoggiate alla parete. La signora mi accoglie bene… ma pare che io abbia sbagliato totalmente approccio, troppo diretto alla europea, troppo poco spazio a saluti e presentazione, troppa fretta di arrivare al dunque. Da domani comincia la mia conversione alle modalità africane.
13 luglio
Al mattino me ne sto in ufficio (che si chiama Foguired) per preparare un po’ il progetto di ricerca da presentare al Ministero, ma mi passa presto la voglia di star li dentro a scrivere. Tutto questo mondo che è lì fuori completamente da capire mi richiama, ho una gran voglia di parlare con le persone piuttosto che star dietro a cifre o “parole scritte a macchina”, passare per i quartieri, guardare le case dove le persone vivono, entrare nelle botteghe e osservare come lavorano, conoscere i loro modi di vivere, entrare nei loro pensieri su questo mondo. Oggi per un istante mentre tornavo a casa in un taxi mezzo demolito e come al solito guardavo fuori dal finestrino mi immagino come sia differente guardare questo mondo dagli occhi di chi vi è nato e da sempre vi vive e non dagli occhi miei attraverso i quali fino ad ora l’ho visto così nuovo, differente. Con Laura parliamo un po’ stasera, le chiedo se qualcosa secondo lei debba veramente cambiare in questo posto e cosa. Mi risponde che bisognerebbe chiederlo a loro cosa vogliono, “perché vuoi cambiare qualosa?”, è già, chissà se si può auspicare loro di essere come da noi, ordinati, puliti, ricchi? “perché in fondo a cosa serve una casa grande? Le loro sono piccole, ma pulite, tutte ordinate”. Qui oggi abbiamo visto proprio delle baracche vere e proprie, solo lamiera e nulla d’altro, un metro per due, una pigiata all’altra su un pezzetto di terra tra la riva del mare e la ferrovia della bauxite sono case di pescatori. A cosa serve una casa più grande? Non lo so! E questa gente soffre davvero o siamo noi che ci immaginiamo che loro debbano stare proprio male in un mondo cosi, solo perché questo mondo non corrisponde al nostro? Forse è solo il caso che gli occhi si abituino un po’. Il posto è bellissimo con tutte le piccole barche di legno dei pescatori. Sul molo di questo piccolo quartiere conosciamo un ragazzo che parla inglese perché viene dalla Sierra Leone; fa il guardiano delle barche e non vuole che facciamo foto … salvo una il cui soggetto sia lui sulle sue barche in posa da rapper. Nel pomeriggio incontro al ministero Madame Diallo, il mio contatto: prima mi presento per benino per rimediare all’approccio “troppo diretto” di ieri; poi resto lì una mezz’oretta in silenzio mentre lei parla con gente che entra ed esce, finalmente un tipo francese sembra interessarsi al mio lavoro e mi suggerisce di guardare un rapporto, e la madama che fa? … tira fuori dalla borsa un documento che non c’entra nulla e mi dice che il rapporto è proprio quello, mentre non lo è per nulla, poi mi rinvia a casa senza dar conto alle mie perplessità. Qui tutto è così.
14 luglio
Aspettare, bisogna imparare ad aspettare, altrimenti in questo posto si diventa matti. Prendersi il tempo per parlare con le persone, prendersi il tempo per stare in silenzio, prendersi il tempo per avere un appuntamento, prendersi il tempo per bere il caffè, prendersi il tempo per una pausa, aspettare. La fretta occidentale e la mentalità del “Quante cose ho fatto oggi! Quanto sono stato produttivo! Che bello!” può causare crisi di nervi a queste latitudini. Oggi, tutto sommato, non ho fatto proprio un bel niente: ho aspettato che la signora del ministero mi facesse avere quello giusto, e signori che grandi risultati dopo una giornata d’impegno: forse l’avrò lunedì. Per il resto ho fissato qualche altro appuntamento e basta. Subito il cervello occidentale si oppone a questo andazzo, non parliamo del mio cervello così votato alla fretta, ma con un po’ di sforzo ci si abitua: si prende quello che dalla giornata viene, senza indirizzarla dentro ai propri percorsi ma lasciando che le cose vadano un po’ da se, che arrivi quello che la vita porta. Dunque non è poi vero che oggi non sia successo nulla, piuttosto non è successo nulla di quello che io avrei progettato. Andiamo a pranzo lungo le rotaie del treno della bauxite, ci fermiamo in una baracchetta dove fanno il riso con la manioca, per 1000 franchi (che sono 700 lire) ci danno un piattone che con Laura non riusciamo a finire, poco distante c’è un fabbro che batte il ferro con il fuoco e il martello… qui i metodi di lavoro sono tutti artigianali, tutto si fa a mano, si cucina con la legna e il carbone, si fanno le pentole a mano con il martello, si aggiustano i motori dei camion con il martello, si aggiutano le macchine a martellate, il martello, grande invenzione. Si lavano i panni nell’acqua marrone dei fiumiciattoli, si lavano i bambini nudi con i secchi d’acqua davanti alla porta di casa. Poi prendiamo il caffè proprio davanti all’ufficio, e ci stiamo almeno una buona oretta e mezza, una ragazza di fronte a me frigge delle patate dolci nell’olio per venderle e mi fissa, i capelli conciati in modo quanto meno bizzarro (qui le ragazze si curano molto i capelli, di pettinature ce ne sono a migliaia di differenti e le parrucchiere sono dappertutto, in mezzo ai cortili o al bordo della strada); è difficile guardare le persone con uno sguardo “giusto”, in certi momenti mi ritrovo ad avere gli occhi sgranati dallo stupore e non riesco a staccarmi da un particolare (così come fatico a resistere al desiderio di far fotografie) mentre la gente qui non vuole essere tanto osservata da noi occidentali, certi sguardi sono confusi per superiorità, certi altri per buonismo. Ma a volte questi sguardi sono in qualche modo particolari. Verso le 5 andiamo in un ufficio dove Laura incontra un signore molto in gamba che si occupa di piccoli crediti. Risponde a tutte le domande di Laura con grande interesse e partecipazione, ad un certo punto mi guarda per un momento profondamente negli occhi, con quegli occhi bianchi in quella faccia nera, come se mi scandagliasse ed in qualche modo mi capisse in tutta la timidezza ed inappropriatezza che provo in questi giorni. L’incontro con persone come questa restituisce un po’ di prospettiva alle cose che succederanno qui. Mi piace molto chiedere cose alle persone, soprattutto sui taxi (come al mio papà d’altronde); un guidatore ed un barista oggi mi hanno fatto il loro quadro della situazione “questo paese ha tutto, ogni tipo di minerali, tantissima pioggia (!), il riso cresce anche se ne butti un pugno sull’asfalto, eppure il popolo soffre” finalmente capisco cosa significa “il popolo”, da noi il popolo non esiste più, qui il popolo lo vedi, lo senti, il popolo si muove, il popolo parla, il popolo si lamenta, il popolo si da da fare. “e tutta questa miseria perché il paese è mal gestito, dappertutto c’è corruzione, non ci sono che le donne”. Tamba, l’interprete di Laura, sta organizzando una marcia delle donne per chiedere che il prezzo del riso diminuisca, nel frattempo l’inflazione è pazzesca: quando sono arrivato al mercato nero per 1 euro davano 3015 franchi, dopo 15 giorni siamo a 3040 franchi. Intanto i taxi continuano ad andare e venire suonando i loro claxon ad ogni momento in queste code interminabili e non si capisce come possano stare in piedi quando nelle strade piene di buche si direbbe che da un momento all’altro si debbano sfasciare, ed invece ancora ci si pigia regolarmente in 7 per ogni macchina, sotto la pioggia battente si guida senza tergicristalli, al buio al massimo con un faro solo.
15 luglio
Provo a riprendere in mano queste cose scritte negli ultimi giorni. Effettivamente le impressioni forti dei primi tempi lasciano spazio ad una maggior abitudine. Alla televisione vediamo il telegiornale, le immagini delle città occidentali o americane stridono ormai molto con quello che siamo abituati a vedere. La giornata comincia all’università dove parlo con il Rettore di economia che è un uomo molto gentile e simpatico, e mi assicura il suo interesse e la collaborazione di un giovane assistente che si occupa dei temi che mi interessano. I ragazzi fanno gli esami nelle aule, in uno stesso corridoio le facoltà diverse sono una affianco all’altra, ci sono un sacco di ragazzi nell’edificio, ma nessuno ha grandi speranze sull’utilità del proprio diploma. Ho incontrato due laureati in economia che si sono messi a gestire il loro cellulare aprendo un telecentre (cioè un posto per telefonare, qui chiunque ha un telefono apre un telecentre) su cui campano, o tirano a campare. Poi ho accompagnato laura e tamba a fare delle interviste ad un mercato detto “niger”, questo mercato è veramente bello, coperto, in alcune sale delle montagna di frutta e verdura dappertutto, in un'altra zona i macellai tirano delle grandi accettate e l’odore non è dei migliori, poi i polli, le spezie e poi tutto intorno si vende qualsiasi cosa. Parlo con parecchi ragazzini, con qualche commerciante per sapere come vanno gli affari, girando tra banchi si alternano sguardi stupiti e diffidenti, quasi un po’ astiosi, a sguardi più accoglienti, meno impauriti, sorridenti. Farei continuamente delle foto per fissare tutto quello che vedo in giro. Ogni immagine, ogni colore mi sembra degno di essere in qualche modo annotato perché contribuisce a costruire questa assurdità e fascino di mondo (ma qui spesso si arrabbiano se fai foto). Per la strada oggi vediamo un sacco di albini, poi una corriera strapiena di gente e con mobili valigie, tavoli, legati sul tetto (!!!); sulla strada mangiamo miglio e yoghurt, poi ad un angolo della strada ci compriamo un panino con uno spiedino dentro, sulla strada incontriamo Mussà e su un altro marciapiede andiamo a berci un caffè che è più una bevanda al peperoncino con grandi poteri afrodisiaci, si dice. In Guinea ci sono solo 8 milioni d’abitanti ma è come se fossero tutti contemporaneamente sulla strada. La strada è il luogo dove si vive, non c’è casa o salone. Tutto qui avviene sulla strada. Si sta bene su queste strade soprattutto in compagnia di chi le conosce; tamba è sempre molto gentile e ci accompagna dappertutto, cominciamo ad intenderci e mi ha invitato a dormire a casa sua. Sono molto contento di andarci e stare dove lui sta. Compro un giornale e leggo le continue critiche al governo “la guinea è ricchissima di risorse di ogni tipo, nessuno dovrebbe avere problemi a sfamarsi”, qui tutti criticano ed imputano tutti i problemi del paese alla “mauvaise gouvernance”, tutti dicono che qualcosa deve cambiare. Ci hanno raccontato che qualche giorno fa un camion di riso è misterisamente scomparso dentro un ministero, diverse macchine di ministri sembrano essere passate da quelle parti per caso e sembra che ne siano uscite cariche di riso pagato pagando 26000 per 50 kg mentre fuori una qualsiasi mamma di 6 figli sparsi a giocare a calcio per la città ne paga minimo 40000. Ci hanno raccontato che nel 1995 hanno raccolto soldi per tutta la nazione per costruire una diga su uno dei tanti fiumi che ci sono in questo paese per alimentare di corrente tutto il paese, hanno chiesto soldi a tutti, perfino ai bambini a scuola, e ne hanno raccolto davvero una montagna, e poi… se li sono intascati quasi tutti, e hanno costruito una diga di sabbia che è venuta giù dopo due mesi. La corrente salta continuamente, di notte è buio dappertutto (stasera si vedevano le stelle, vicinissime), e senza corrente cosa vuoi fare, si è costretti alla miseria. è così per tutto. Eppure non si capisce da dove un cambiamento possa sorgere perché non si distingue chiaramente chi è complice di questo andazzo e non si percepisce un alternativa che sorga dal lamento, forse le donne, oggi ne abbiamo conosciuta una davvero forte, un portento.
Ma la giornata come era iniziata si chiude con hussei,
questa bambina che abita qui con noi e non parla un becco di nulla salvo
agitare quella manina quando passiamo e sgranare quegli occhi, stamattina le ho
detto che mi chiamo Luca, mi chiama Kaka!! E’ sicuramente una delle mie
migliori amiche guineiane.
Venerdì 16 e Sabato 17
Continua l’incontro faticoso con le condizioni di vita di questo popolo. Sono un po’ stanco di ascoltare tutti che si lamentano del governo e di non vedere da nessuna parte chi si proponga come alternativa, la cosa mi innervosisce. Oggi ancora abbiamo visto code interminabili davanti ai magazzini dove si compra il riso a prezzo politico. Un tassista ci racconta che ogni giorno la polizia lo ferma e anche se i suoi documenti sono tutti in regola chiede una piccola sommetta per lasciarlo andare, chi si rifiuta è arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale e a quel punto il gruzzolo per uscire di prigione diventa più salata. I militari guadagnano in corruzione fino a tre volte il loro stipendio, chiunque ha un po’ di potere lo esercita in questo modo. Oggi dei ragazzini in una strada di un quartiere di periferia bloccavano la strada tirando una corda nel mezzo e non facevano passare i taxi prima di aver riscosso qualcosina; a chi si rifiuta un bozzo alla macchina; la nostra era talmente scarcassata che il tassista non c’ha pensato neanche a pagare. Molti ci dicono che non possono sposarsi o avere figli perché mancano i soldi. La povertà qui è un fatto che riguarda tutti, laureati e illetterati, vecchi e giovani.
Ma a quanto pare “al peggio ci si abitua”. Già l’abitudine, dopo le impressioni forti dei primi giorni l’occhio non riesce a far più caso a tutto; forse per non andare sempre e continuamente in crisi si smette di porsi insistentemente domande alle quali non si riesce a trovare risposta, o forse ci si rende conto che qui nonostante tutto comunque in qualche modo la gente vive, e sono gli stessi parametri di cosa vuol dire “vivere” a modificarsi a poco a poco. Chissà se è cosa buona abituarsi? abituarsi ai bambini vestiti di stracci, abituarsi ai tetti di lamiera piegata dal sole e corrosa dalla pioggia, abituarsi al disordine, al fango nelle strade, abituarsi al degrado. Infondo forse noi ci abituamo perché è per noi un fatto di solo guardare, l’occhio di adatta, ma noi non partecipiamo davvero di questa miseria, noi torniamo nella nostra casa occidentale, con il giardino e l’aria condizionata, noi abbiamo la nostra stanza larga e un posto dove fermarci a ripensare in pace alla giornata, parlare tra di noi e ascoltare la musica, guardare la televisione e leggere; così gli occhi e il fisico si ricaricano e il giorno dopo si è di nuovo freschi, ben pasciuti e appena docciati per uscire nell’umidità e nel caldo, immergersi per una giornata nella confusione e poi tornare nella nostra torre d’avorio stanchi morti ma finalmente con un po’ di pace e di tempo per noi. Noi abbiamo i nostri amici altrove, e la nostra bella vita, noi abbiamo un altrove.
Stanotte non ho dormito a casa, mi sono fermato da Tamba, e una sola notte mi ha messo addosso una stanchezza tale che oggi sono distrutto, dovevamo andare all’interno a Kindia ma abbiamo rimandato per eccessiva spossatezza; forse perché la sera prima Tamba e il suo amico Alpha ci scarrozzano per la Conakry notturna sparati su una macchina traballante sballottandoci da una discoteca all’altra di cui la prima è deserta salvo che sette cameriere, la seconda è in un albergo occidentale di prima categoria e la terza, su esplicita richiesta, finalmente è una di quelle che frequentano anche loro; forse il caldo, forse il fatto di alzarsi e mangiare riso con salsa invece di pane e caffelatte, forse che i muri non sono poi così spessi e alle sei già ci si sveglia per la preghiera, forse un ora di sonno in meno per un bianco a queste latitudini pesa come una sbornia o forse solo semplicemente queste case sono piccole, brutte, transandate. (semplicemente perché non sono loro, un tizio possiede una parte del quartiere e affitta). Tre stanze fanno insieme la metà della mia a genova, con tutta la roba accatastata dentro. Penso che questi ragazzi non hanno che questo spazio in cui incontrarsi, oltre alla strada, eppure sono così ospitali, e capisco a come sia dura che lo spirito si elevi, e le aspirazioni sorgano quando il contesto è così duro e la prospettiva manca.
Eppure è stupefacente la dignità di queste persone, e il sorriso dei bambini che per la strada ti salutano con la mano quando ti vedono passare in macchina e non chiedono una lira. Per dire che una persona è morta dicono saggiamente e semplicemente “il est parti”, è partito. Il figlio di Bubaka è partito quando era piccolo, il marito di Amie è partito in un incidente stradale. E nonostante la fatica continuano a fare il loro lavoro, piccolo ed insignificante, malpagato ed insensato per noi, eppure si svegliano alle 6 per farlo.
Domenica 18
Oggi è una giornata un po’ da turisti. Tutti i componenti dell’allegra brigata che popola la nostra casa Guineiana radunati in un fuoristrada verde si promenano verso certe cascate un po’ all’interno. E’ per me un po’ la prima volta che vedo la Guinea al di fuori della capitale, prevalentemente attraverso i finestrini. Un po’ di immagini mi restano impresse:
La campagna non coltivata, selvaggia; penso per un attimo alle colline nostre, arate di fresco o alle viti, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, qui una distesa di terra non lavorata dà il senso affascinante del primordiale, del selvaggio, ma comunica anche una sorta di dipendenza e di impotenza di fronte allo stato del mondo.
Due ragazzi che ci seguono su una moto e sorridono con la faccia nel vento mentre ci sorpassano.
Una bambina sotto uno scroscio improvviso di pioggia si insapona sopra un secchio rovesciato sul ciglio della strada con quel guizzo dei bambini quando si bagnano con l’acqua fredda.
Un pulmino ci segue con le gomme sgonfie e una montagna di roba sul tetto. In salita arranca e fa un fumo nero denso, ondeggia di qua e di la come se da un momento si debba ribaltare, in discesa il un telo nero che tiene insieme la roba sul tetto si gonfia e che sembra che il pulmino prenda il volo.
Un orizzonte così vasto come non l’ho mai visto. Il cielo ci circonda da tutte le parti, di questi molti grigi con nuvole frastagliate e diverse, immenso a 360 gradi, ci sovrasta, ci precede e ci segue.
E poi un sacco di scorci da fotografare perché rimangano impressi, paesaggi e particolari, camion bellissimi e vecchi pieni di merci o persone, un cartello stradale che indica una curva pericolosa a sinistra, la strada così grigia, lunga e dritta, ma nitida, due bambine vestite d’arancione vivo vendono frutti arancioni dello stesso tono e il colore luccica sulla pelle nerissima. Ma allora il bello c’è, forse qui soprattutto.
Lunedì 19
C’è il sole per una volta sul bordo della palude che divide la città enorme dalla punta che ne costituisce il centro, “la ville”; sullo sfondo banchi di sabbia sul mare e un camion nero che lavora, in mezzo alla palude qualcuno immerso fino alla testa probabilmente prova a pescare. Poco più avanti un vecchio albergo occidentale ormai abbandonato ed ingrigito, largo, articolato, su piani diversi, come fosse un ragno di cemento. Le vecchie suites sono abitate da gente comune, i panni stesi sulla facciata si cucina su quelle che erano le arieggiate terrazze, intorno il giardino è stato adibito a piccolo appezzamento di manioca. Ecco il benvenuto in quella che su una guida chiamano “la Parigi dell’Africa”. Probabilmente chi ha scritto non c’è mai stato, o era ubriaco seriamente. Per la strada un ragazzo mi si avvicina per dirmi che lì dove sono sarà difficile trovare un taxi. Cammineremo insieme per un oretta, mi accompagnerà in centro e domani lo incontrerò all’università. Una facilità ad incontrare talmente incredibile quanto normale qui.
Sono contento del mio lavoro di ricerca, le cose cominciano a girare e mi pare che si metta sull’interessante. Un tizio della GTZ mi offre un caffè, uno dell’UNICEF mi spiega molto gentilmente tutte le loro attività: mi colpisce in particolare l’idea di scuole pensate per dare a chi è rimasto fuori dalla scuola una seconda chance. Penso che andrò un po’ a vedere di che si tratta.
Martedì 20
Oggi concludo meno di ieri e sono più stanco. In un certo senso mi accorgo che se mi immergo troppo nel lavoro che ho da fare finisco per consumare energie che sarebbero utili per farmi più aperto, più capace di incontro; se ripenso a questi ultimi giorni senza dubbio penso che dopo l’entusiasmo del conoscere dei primi tempi sia subentrata una sorta di fatica del contatto con l’altro, della esposizione al nuovo. Eppure oggi camminando per la strada mi accorgo di come probabilmente la mia faccia si stia un po’ disoccidentalizzando, le persone non mi guardano di primo acchito con sospetto ed un po’ di astio, forse il mio sguardo si posa sulle cose con maggiore rispetto, forse l’espressione del mio volto è meno esterrefatta e altezzosa o forse solo ho capito che dai bambini è sempre bene cominciare (oggi ne incontro un crocchio che giocano a fare la guerra in una villozza disabitata), e sempre sorridere quando qualcuno mi guarda storto, e fare un cenno con la mano. Due ragazze mi camminano affianco, ridacchiano, mi avvicianano e senza preavviso una delle due indicando il sedere di quella davanti mi fa “è grosso è?”, ma secondo voi uno cosa deve rispondere? evidentemente era un complimento fatto alla amica e forse una proposta di matrimonio: qui le donne con i fianchi larghi garantiscono più figli, ed i figli sono la benedizione di Dio. Giuliano, il responsabile del progetto, nel frattempo afferma di essersi beccato la malaria, ed effettivamente non è proprio in formissima, ha deciso di ricorrere all’Arsumax, ultima trovata cinese in tema di cura delle malattie tropicali.
Mercoledì 21
Oggi è un giorno soprattutto particolarmente ricco di incontri, la facilità con cui mi metto a parlare con la gente è quasi impressionante. A quanto pare sto proprio entrando nel modo di fare di questo popolo. Un importatore di scarpe ma soprattutto di ciabatte mi prende in simpatia e mi offre un piatto di miglio e yoghurt ad un banchetto, un medico militare mi racconta le sue attività sul taxi tornando verso casa e ritiene suo preciso dovere pagare il viaggio a me e a Laura, un venditore di sigarette ci accompagna per un pezzo di strada e ci propone di diventare nostro fornitore ufficiale. Uno dei momenti più divertenti è con il mio amico ed assistente Kader Diakitè: Laura lo aizza ad esprimere tutta la sua natura secchiona nei miei confronti per divertirsi, io sono costretto ad attenermi alle sue disposizioni. Decide che è proprio il caso che io mi prepari un programma per i prossimi giorni di viaggio all’interno che mi mancano… dunque gli dico che leggerò qualcosa, ma insiste, non si può mica solo leggere, insomma a quanto pare esco che mi è stata appioppata la responsabilità di un lavoro monografico sulla economia della regione. Non che la cosa mi agiti più di tanto dal momento che tal Diakitè non ha fatto per ora una cosa di quelle che avevamo definito di sua responsabilità, dunque ho diritto ad un altissimo tasso di fallimento, ma quanto meno la situazione è buffa. Questo Kader, Diakitè Kader, se ne esce con delle frasi a momenti davvero eccezionali, mentre ci mangiamo un panino all’omelette gigante ad esempio mi chiede “qual è la competitività dell’economia italiana?” oppure “quali sono gli effetti dell’allargamento dell’europa sui paesi in via di sviluppo?”, questioni che francamente mi trovano un po’ spiazzato, oltre a mal coniugarsi con il contesto alimentare… Laura ridacchia. In realtà è molto dolce e con un bel sorriso; finiamo a parlare della sua ragazza e ci dice che molto probabilmente se la sposerà un altro, perché qui funziona così, lui deve ancora studiare e il padre di lei ne ha già trovato uno buono, e poi se due ragazzi sono già stati fidanzati non si possono sposare. Alle nostre reazioni libertarie e un po’ superficiali risponde un “non è facile prendere decisioni quando si è giovani” così sincero quanto personalmente (nel senso di “da me”) sentito. L’influenza della religione musulmana è fortissima in queste cose e per certi versi inquietante. Ieri Giordana ci ha raccontato di un suo incontro con una ONG che fa campagne contro le mutilazioni genitali femminili e le ha riportato un 99% di donne mutilate (che è impressionante, vuol dire tutte quelle che vedo, ogni giorno) oltre a particolari raccapriccianti annessi. Non esiste nel modo più assoluto equità tra uomo e donna, il marito ha diritto a picchiare la moglie ed a ad avere più di una moglie, il corano dice fino a quattro.
Giovedì 22
Dalle suore di maria teresa, i bambini, Uno si chiama Dominique, lo hanno trovato per strada, ha quattro dita per piede, sordo e muto, piegato su se stesso e si ciuccia i piedi, è matto o semplicemente ritardato. Ma cerca le mani di quelli che gli si avvicianano e si muove da un letto ad un altro come se conoscesse ogni angolo a memoria. Gli poso una mano sulla testa e poi sulla schiena, il torace si allarga e si stringe per respirare e si sentono le vertebre della spina dorsale, penso alla vita e alla morte. Al senso di una esistenza così… e suor maria con quella semplicità eppure con quell’affetto materno che per lei è quotidiano mentre per me estemporaneo. Le suore portano i pasti ai carcerati, accolgono le ragazze con figli denutriti, danno medicine, insegano a leggere e scrivere, e sono cinque. Suor maria è indiana e ha conosciuto Madre Teresa. Gli altri bambini ci chiedono di tirarli in alto con le mani come facevo con Luisa quando era piccola, e dall’alto li vedi con gli occhietti impauriti perché pensano di poter cadere da un momento all’altro.
Due buoi sul rimorchio di un camion. La bellezza della ragazza con cui mangiamo.
In viaggio verso nzerekorè ho scritto un sacco di cose, ogni tanto mi mettevo in un angolo con il mio block notes, e con la mia calligrafia indecifrabile, laura ovviamente mi prendeva in giro… sono ancora tutte lì, scarabocchiate sui fogli. Forse vi mancherà questo un pezzo di storia per capire quello che ci è successo nel frattempo, qualche cambiamento di umore, tante cose viste ancora. Riprendo a raccontarvi di dopo il ritorno a conakry, ma spero di riuscire a trascrivervi del viaggio.
Scrivo alla mamma: Ma in questi ultimi due giorni
comincio a sentire il peso di quello che vedo. Abbiamo visitato un campo
profughi, tanti villaggi, dappertutto miseria, mancanza di prospettiva, una
ingiustizia che urla per quanto non ha senso. E di fronte a tutto ciò ci si
sente impotenti, stanchi, arrabbiati senza avere nessuno a cui chiedere
spiegazioni. Come esposti ad un continuo vento, o al sole, senza altro rifugio
che una bistecca più spessa, una stanza di albergo un po' più lussuosa, magari
un po' di cioccolato.
Oggi sono francamente un po' stanco, non tanto fisicamente
quanto un po' provato nell'umore da tutto quello che vedo. Sono tornato da una
settimana di viaggio all'interno del paese, molto avventurosa ed interessante,
ma le immagini di povertà e mancanza di prospettiva si sono susseguite, come le
richieste di aiuto delle persone dalle quali alla lunga si è infastidi nella
coscienza di essere incapaci a rispondere.
Mi accorgo di come il contatto così duro con la radice dell’essere al mondo da un lato porti arsura, e desertifichi, dall’altro chieda contatto e affetto. Oggi sono di mal umore, arrabbiato e soprattutto triste, da tanto tempo non ero triste nel senso di addolorato, abbattuto. Eppure mi riscopro infinitamente più bisognoso perché infinitamente misero ed impotente di fronte a quello che vedo. Giocare con hussei è il mio ristoro, guardare quei piedi minuscoli e neri, accarezzare quella testolina, tenerla in braccio e vederla sorridere è come nutrirmi di qualcosa che profondamente ha senso, mentre intorno è deserto. In un certo senso penso che il contatto con la miseria e l’ingiustizia mi svuotino della mia impalcatura di risolutore, di capace, di efficiente, restituendomi minuscolo. Così il mio volontarismo, la mia sicurezza, la mia autoincensazione, la moralità compiaciuta della mia scelta, le mie domande di circostanza, il mio incontrare superficiale e di facciata, il mio senso del dovere, il mio servire per il gusto di servire crollano miseramente lasciandomi semplicemente capace solo di un minimo di calore.
Venerdì 30
Rientro nella vita di conakry, con il piacere di riincontrare facce conosciute ed osservare luoghi già noti, perdendo il solito tempo in taxi iperaffollati, aspettando per ore documenti che non arriveranno mai. Il solito tran tran, alla guineénne, come dicono qui. Al mattino giro senza Laura e mi sento un po’ più solo e sperduto, il suo approccio simpatico ci ha sempre permesso di conoscere un sacco di gente, lei ha sempre rotto il ghiaccio, per lasciare in un secondo tempo spazio alle mie doti di investigatore. Laura è più pepata, più divertente, io sono un po’ serioso e pure abbastanza noioso, passo subito a questioni impegnative; lei sta semplicemente li, ride, scherza, ha un tono di voce ed una espressione di francese talmente dinamici ed invitanti. La mattina passa per uffici, parlo con una filoamericana ingamba, dopo lunghe attese ottengo parecchia cartaccia e qualcosa di interessante da quelli della banca mondiale. Torno in ufficio grondante di sudore, tutto appiccicoso dopo essere stato spiacicato sul mio vicino per tutto il viaggio in taxi. Qui il ritmo a cui ci si sporca, ed i vestiti si sporcano è impietosamente più alto di quello a cui si può lavare. Si finisce sempre scombinati. Il clima affatica come non mai, altro che la bella foresta di nzerekore, troppa umidità, troppo sole, quando non piove.
A pranzo passiamo per un attimo affianco alla gendarmeria, da dietro una finestra appoggiati alla grata un bel gruppetto di persone respirano un po’ d’aria fresca rispetto alla calura della loro galera. Diamo tristemente buca ad una simpatica combriccola di amici che ci aspettavano per uscire, semplicemente per starde dietro a un mezzo matto che si chiama alphà. La serata si conclude quindi al nostro baretto di fiducia: il tipo è sempre la, con quel suo fisico asciutto e muscoloso, chiude alle 2 e riapre alle 8, di notte dorme nel bar, di giorno cucina omelettes e spaghetti e prepara il caffè con una bella caffettierona modello campo scout. Il bar ha un odore un po’ singolare di mangiare economico, il mondo di questo signore si limita all’interno del chiosco, salvo sgranchirsi ogni tanto le gambe non c’è altro.
Sabato 1
Le domande circa la natura della povertà di questo popolo continuano ad animare le discussioni con Laura. Ha senso comunicare loro il nostro ordine, la nostra preoccupazione per il futuro, il nostro sviluppo? Certo in queste condizioni di vita come possono essere contenti? Ma poi poche balle, cosa ci vogliamo raccontare, e noi siamo tutti contenti in italia? Un taxista dice che la felicità è fatta al 33% rispettivamente da salute, soldi e amore. Come prima teoria non c’è male. Parlando Camarà, che è il direttore nazionale del FOGUIRED, ci dice che la sua idea di povertà sia cambiata da manzanza di mezzi a mancanza di iniziativa, di prospettiva. Ed effettivamente sono la scuola, la formazione delle coscienze, la prospettiva di realizzazione dei giovani, la capacità di pensare, di organizzare, di sognare, di cambiare a mancare drammaticamente nel paese. E poi la corruzione, incredibile nell’essere assolutamente diventata un abitudine ed una metodologia di operare. L’altro giorno la polizia avrà fermato 15 volte il nostro taxi per chiedere un po’ di tangentine a botte di 2000 a volta. La cosa mi innervosisce da morire, e mi addolora vedere che al di la delle parole nessuno se ne distanzia o se ne chiama fuori. A scuola e all’università si comprano i voti, i maestri chiedono soldi per non picchiare gli alunni, ci si compra per corruzione pure l’assunzione come funzionari dello stato. Per non parlare delle schifezze che si leggono nel bilancio pubblico.
Parliamo a lungo con buba, il guardiano, un uomo bravissimo, con una faccia così sincera, e simpatica, due occhi profondi e un po’ incavati, sorride sempre e saluta agitando le due mani, ci dice che pensa che continuerà a faticare tutta la vita, fino a morire. Guadagna 100000 al mese e ne spende 120000, si alza alle 6 e lavora tutto il giorno, lava, stira, pulisce, fa da mangiare, tiene in ordine il giardino, accende e spegne il gruppo ad ogni ora, i suoi amici guadagnano anche 600000 o 800000. “non riesco a realizzare nulla”, non riesce a risparmiare, “una volta avevo messo da parte un milione (che sono 300 euro) ma me lo sono speso tutto”, da 20 anni lavora a conakry e non è cambiato nulla, “cosa sono venuto a fare dal villaggio” e quel “continuerò a sgobbare fino a morire” che pesa come una condanna. Pensa di non riuscire a lasciare nulla ai suoi figli che possa far sperare in un futuro migliore. E ripete “in Guinea è difficile” un infinità di volte. Sorride, “è così per tutti”, ma prima di alzarsi, “Dio vede tutto questo”, e ancora saluta con quell’affetto sincero.
Domenica 2
Laura è partita ed è come se il mio viaggio ricominciasse una seconda volta. Mi ritrovo solo in casa, finalmente di nuovo sotto la mia zanzariera, proprio come la prima sera in cui sono arrivato. Dietro già un pezzo di cose viste e persone incontrate, comincio a fare meno attenzione alla vita di fuori e più caso alle mie reazioni interiori, ai miei stati d’animo. Come la sensazione di non riuscire a ricambiare altrettanta importanza, interesse e memoria alle persone che incontro: oggi Kalidou si ricordava per filo e per segno tutto quello che ci eravamo detti la prima volta, mentre io gli riponevo le stesse domande, e prendendomi per mano mi diceva che ero il suo primo amico europeo, mentre io ero imbarazzato da quel tenermi per mano. Oggi ancora mi accorgo del mio domandare più interessato alla domanda, o al fatto di averla fatta, che alla risposta. Ieri sera è stato estremamente divertente, siamo usciti con un bel gruppetto di amici, in discoteca: Tambà, Aisha, Salimatou, Bangoura e Camarà, abbiamo ballato musica africana e commercialona europea, cantato, soprattutto riso.
Lunedì 3
L’immagine che mi resta della giornata è la visita al porto dove tagliano la mangrovia e costruiscono navi da pesca in legno. C’è la bassa marea e gli scafi colorati sono riversi sulla spiaggia sporca, i ragazzini lavano qualcosa nell’acqua scura di un fiumiciattolo, altri giocano in una piroga; più in là un ragazzo corre con un pneumatico in fiamme appeso in cima ad un bastone; gli servirà per incatramare bene le assi curve di una barca in riparazione. Più oltre ancora un gruppo di energumeni a torso nudo spacca legna a non finire e la accatasta in fascine ordinate, si arrabbiano perché vedono che ho la macchina fotografica, ma quando mi avvicino ed affondo in quella melma di trucioli e fango nero tra una selva di accette rudimentali e tronchi dritti un donna grande vestita con una stoffa colortata, sul verde, mi si avvicina e mi parla di suo figlio che è in Italia.
Martedì 4
Senza timor di smentita la giornata di oggi può definirsi assolutamente fallimentare agli occhi dell’occidentale. Sveglia relativamente mattutina seguita da oretta e mezza di traffico bello intenso. Arrivo in centro e il taxista evidentemente mi lascia nel posto sbagliato, cerco per la solita mezzoretta l’anelato ufficio, mi sbraccio, chiedo alla gente, sembra che la 5eme avenue sia dappertutto, ciascuno mi indica un posto diverso, il telefono non funziona manco a pagarlo, nessuno conosce il posto che cerco, per un attimo mi viene quell’ansia di uno in ritardo per un appuntamento in qualche ufficio di gente incravattata. Poi mi siedo sotto un albero e decido che la cosa migliore sia rilassarsi e bere un tè, inutile darsi troppa pena. Qualcosa succederà, inshallà, se Dio vuole. Ed effettivamente finirò per apprendere che colui che cosi disperatamente cercavo mi ha dato buca in modo eccezionale, è partito in missione, dunque se ne riparla la settimana prossima. Nel frattempo però ho fatto inevitabilmente amicizia con il ragazzo che gestisce la cabina telefonica e decidiamo di andare a mangiare insieme: classica catapecchia di baraccati e classico riso con salsa di manioca, salvo il fatto che questa volta c’è di mezzo pure del pollo e un animale che potrebbe essere un granchio. Il mio compare se lo divora con chele e tutto quanto, mi chiede dell’italia e mi propone dopo 20 minuti che lo conosco di rimanere in contatto, perché da cosa nasce cosa, e chissà mai che mi venga un giorno a trovare in italia, o che mai io gli trovi un posto da lavorare, ma è simpatico. Nel frattempo un topolino fa capolino da sotto il divano e scorrazza sotto il tavolino, “cerca di mangiare il riso che cade per terra” puntualizza il mio compagno di merende “in Guinea è così”. Riprendono le mie vane ricerche nella direzione della banca mondiale, dei tre documenti che mi dovevano dare ne ottengo uno, ma anche qui salta fuori un nuovo amico: il guardiano/centralinista/ ascensorista sballa alla mia domanda in merito al suo stato civile, mi prende in simpatia e finiamo a bere un caffè in un baretto poco distante. È così motivato a venirmi a trovare prima della mia partenza che si fa spiegare per filo e per segno dove abito, domani verrà per un sopralluogo e domenica passerà con la sua fidanzata, “così finalmente potrai anche tu vederla”. Incredibile, ma tutto vero!! Qui la gente è così. Il fallimento totale delle mie ricerche è suggellato da un'altra tizia della Unione Europea che mi dà buca e da un ufficio dove mi dicono che le fotocopie da me richieste saranno disponibili domani, forse. Tutto ben inframezzato di tragitti su taxi ben assortiti. Una ragazza tutta rannicchiata in una conca piccolissima si lava in mezzo alla strada, e questa gente che dorme per strada, dappertutto, nei negozi ammucchiati in un angolo, riversi sopra i tavoli dei bar, negli uffici, per terra sdraiati a pancia in su o su una panca a pancia in giù, forse saranno malati, forse la malaria che ciclicamente li prende e per qualche settimana li spossa, forse qualche semplicissima malattia che qui diventa incurabile. Come se niente fosse Mussa dice oggi che da due mesi non vede più da un occhio, ma nel senso che è cieco orbo completo, ma non è ancora andato dal dottore, anche se è un po’ preoccupato. Non fa una grinza in questo contesto.
La serata è eccezionale, tamba mi porta a mangiare dalla sua fidanzata; dopo un salto a casa sua ed un piatto di riso offerto, attrversiamo la ferrovia e saliamo per vicoli un po’ melmosi e piazzette, fino a ritrovarci nel mezzo di un quartiere tutto al buio ed illuminato solo dalle candele, la gente si raduna a crocchi, nell’oscurità, gli amici di tambà mi salutano, mi vedono bene ma io non li vedo perché solo i loro occhi sono abituati alla corrente che non c’è quasi mai, ridiamo, la piazza di terra è bellissima, sembra una corte medievale, in un angolo mangiamo con le mani una farina di manioca ed una insalata di patate mentre Tamba mi insegna un po’ della loro lingua poulard. Guardo la luna che illumina le nuvole dietro ai minareti della moschea del quartiere e mi domando per un istante chi stia meglio di questa gente che nel niente è così ospitale, e così serena di una vita ridotta all’osso del suo significato ma cosi densa, e piena di amici, di chiacchiere, di vita insieme. Le famiglie sono numerose, i nonni vivono con i nipoti, i fratelli con i cugini, ma poi tutti si chiamano mon frère e ma soeur, tamba dice di non capire perché da noi si paghino ecuadoregne per stare con i vecchi, invece di tenerceli in casa.
Mercoledì 5
Tutto il giorno sotto la vera pioggia della stagione delle piogge, per la strada laghi d’acqua marrone ed i vestiti appiccicati addosso sotto scrosci impetuosi, nei taxi condensa e caldo. Giro con il mio amico Diakite per i soliti uffici, con i soliti risultati abbastanza deludenti salvo qualche chicca degna di nota. Forse non sono troppo in forma perché non riesco a comunicare grande entusiasmo ai miei interlocutori, e allora interviene prontissimo il mio collaboratore, a puntualizzare e precisare, con quel suo modo serio e preciso ma sotto sotto un po’ timido e titubante. Il massimo del comico e dell’imbarazzante verso mezzogiorno quando ci ritroviamo in una sorta di garage adibito a magazzino e recante l’insegna la direzione nazionale di statistica; effettivamente libri e carte non mancano appilate un po’ dappertutto. Alla prima presentazione delle nostre richieste riceviamo un cortese rifiuto causa assenza dei superiori, “tornare domani, anzi forse meglio la settimana prossima”, allora tiriamo fuori due righe scritte dal capo del dipartimento, ma nulla si muove salvo gli occhi di un tizio seduto alle nostre spalle. Dopo un po’ questo tale si alza e comincia a frugare tra gli armadi portandoci a poco a poco proprio quello che gli avevamo chiesto. Poi con una certa insistenza mi fa notare che ha fatto ciò solo per aiutarmi, insomma che è un affare tra noi, che i capi non centrano, che va gestito tra noi, insomma vuole che lo paghi. E di per se non vorrebbe neppure molto rispetto alla menata di ritornare e magari non ritrovare gli stessi dati o dover farsi dare altri permessi, eppure dopo essere seriamente tentati di sganciare ed entrare nel meccanismo ce ne torniamo verso le nostre pozzanghere. Verso sera mi viene a trovare Nicola, il guardiano della banca mondiale, stiamo per una buona oretta a chiaccherare, mi confida perfino il segreto di un tatuaggio che ha fatto nella foresta per difendersi dalle pallottole dei ribelli, “con questo non si può essere colpiti, salvo che se uno lo faccia proprio apposta”. Tutti credono a questo genere di cose, come a stregoni e fattucchiere. È proprio un ragazzo simpatico, e piacevole. E per finire Salimatou passa a salutarmi, mangiamo insieme e parliamo molto, è simpatica e gioiosa, ed ha un modo così semplice ma profondo di comunicare le cose… quanto dista il suo villaggio? “dunque… se parti alle 12 ci arrivi verso le 15:30 o forse pure alle quattro”, mi sembra una risposta totalmente fuori dagli schemi occidentali, eppure così reale. Sua sorella è morta da pochissimi mesi partorendo una bimba che è rimasta viva, e me lo dice con una naturalezza ed una semplicità tale, come fosse cosa di tutti i giorni. O forse semplicemente come fosse cosa della vita, come infatti è, la morte, solo che qui è più vicina a tutti quanti, sta affianco, forse per questo ad ogni progetto proposto è sempre “se a dio piacerà” che si usa rispondere.
Giovedì 6
L’umore mattutino non era dei migliori, in un certo senso questa sensazione di essere più solo e sperduto, senza quel punto di riferimento che Laura è stato, occasione di sfogo e di meditazione, ma anche di ironia, di allegria, semplicemente di condivisione. Il punto è che prima eravamo due bianchi a girare insieme, ed ora sono un bianco, prima eravamo due amici a girare insieme ed incontrare le persone, ed ora sono io solo ad incontrare. Mi sveglio e subito Boy ed Hussei mi passano a salutare, è buffo vedere giocare questi due marmocchi, il fratellino più grande e la sorellina, con quelle manine nere, e quei piedini, con quel parlare incomprensibile, e le voci. Mi ronzano attorno un po’ tutta la mattina, mentre lavoro, la piccola vuole esser presa in braccio, il grande vuole che gli compri una pistola. Lavoro sulle mie cose finchè c’è corrente, poi, dopo una buona pasta al burro su fornelletto perché il gas è finito, vado al cyber e ci sto per un bel pezzo. Finalmente me ne vado a Amdallaye dove un po’ di gente conosciuta ha il suo posto di ritrovo, gli autisti ed i guardiani del Foguired, un bar e un telecentre. Resto li per un bel pezzo ed incontro due sorelle che conosco di vista, son quelle che hanno fatto le trecce a Laura, arriva anche la loro sorellina, umu, e si siede affianco a me, le chiedo un po’ della scuola, ma non mi risponde gran che, ma appoggia il suo braccio alla mia gamba, e sorride. Si passa il tempo così, sotto un albero, mangiando arachidi o una pannocchia, facendosi raccontare qualcosa, o semplicemente stando seduti affianco, in silenzio, guardando chi passa. A ben pensarci tutti parlano, ridono, si urlano qualcosa, ma nelle loro lingue locali, susu, poulard e malinke. Io non capisco un acca, quindi sto li, ed ogni tanto chiedo di tradurre, o mi faccio insegnare qualche parola. Quanto sarebbe bello conoscere la loro lingua, perché la lingua è il modo di essere, di pensare, per sentire tutto quello che si dicono, e come lo dicono. Dal taxi vedo una signora che porta un ombrello sulla testa, qui la gente è certo un po’ matta, ma chi te la fa fare di portare un ombrello in bilico sulla testa quando hai due mani libere? Verso sera, poi, vado in quella prigione dorata per occidentali che è il Novotel, è un luogo che non esiste, irreale e me ne torno a casa con un incontro interessante ma alcune nuove inquietudini in più, su di un taxi senza finestrini e con il parabrezza come di norma fracassato che davvero cigola da fa paura. Ma subito parlare con il taxista e le sue fidanzate, e guardare dai finestrini la notte di Conakry mi restituiscono a questo mondo vero un po’ magico, e così accogliente, brutto ma caldo, disordinato ma familiare, e penso a quanto sia cambiato il mio guardare, quanto a poco a poco i volti delle persone sono entrati nei miei occhi oltre al contesto.
Venerdì 7
Piove ininterrottamente tutto il giorno e la gente sta sotto
la pioggia, in mezzo alla strada. I bambini fradici si ammassano ai vetri del
taxi chiedendo 100 franchi, qualche handicappato sotto un ombrello steso per
terra tende la mano dicendo che non mangia dalla mattina. Ma a cosa servono 500
franchi o un sorriso. Cosa sono di fronte a tutto ciò. Abbasso gli occhi, non
mi sento neppure di guardarli negli occhi, non ho una vita da dar loro. Sul
retro del taxi mormorano “che vadano a lavorare”. La mattinata è molto
fruttuosa, la madama diallo mi accoglie con grandi sorrisi, parte lunedì e non
mi ha aiutato per una mazza, ma va bena così, il ragazzo della Banca Mondiale
mi dà ancora documenti, mentre il taxista di sotto si stanca di aspettare e se
ne va con il suo macinino e il suo copricapo bianco. Il signor Yattara, responsabile
del programma educativo risponde interssato alle mie questioni. Vado a
mangiarmi un po’ di miglio con yoghurt al solito posto, ad Amdallaye un po’ di
attcheke con le mani ed un pesce fritto, e poi verso Koloma, con lo zaino pieno
di documenti. Vengo ricevuto dal sarto che si voleva sposare Laura e mi investe
di un discorso interminabile e complesso oltre che difficilmente comprensibile
sulla religione ed il corano ed il rapporto musulmani cattolici, se ho ben
capito. L’amico Kalidou non tarda a farsi vedere, con la sua cerata blu,
scriviamo una mail a Laura e sotto una pioggia torrenziale lo accompagno a fare
il giro dei suoi clienti. Ritira da ciascuno un po’ di soldi al giorno e li
rende tutti insieme a fine mese, in questo modo la gente si autoforza a
risparmiare, sono un po’ i banchieri dei poveri, Laura ha studiato questo. In
30 secondi sono bagnato da capo a piedi e l’acqua nelle scarpe fa ciak. Ma ora
è il momento di andare a conoscere la famiglia di Kalidou e la sua casa. Il
quartiere è affianco alla nuova ambasciata americana in costruzione, ed infatti
ne hanno tirato giù tutta una parte con le ruspe, c’è un sacco di verde. La
casa è bella, e ordinata, vive li tutta la famiglia, zii, cugini, 4 mogli,
figli saranno 50. Ne conosco un bel numero, poi mi dà un completo dell’olanda
per vestirmi, e mangiamo insieme il riso. E’ molto affezionato a Laura, la
prima bianca che ha conosciuto, e a me in qualità di primo uomo bianco.
Giusto un attimo per passare a casa dove mi aspetta il fido
Diakitè con il frutto del suo lavoro quotidiano, cambio di pantaloni e filo
verso amdallaye dove mi aspettano per uscire insieme un po’ di amici. Il capo
della comitiva è un certo Desirè, stagista in contabilità al Foguired e
cristiano, Laura me ne riferiva come di un tipo un po’ bizzarro. Il seguito a
parziale conferma. La banda dei suoi amici è variamente assortita e non
particolarmente ospitale, dispongono di macchine neppure troppo scalcinate e
sono molto più appiccicosi alle loro ragazze rispetto a quel che si osserva di
norma, insomma in qualche modo si osservano aspetti sociali e comportamentali
diversi dai musulmani, il più evidente è che bevono, birra. Forse troppa? Il
conducente della macchina su cui sono imbarcato è simpatico ma decisamente
carico, guida con una certa spavalderia nella notte di Conakry scorrazzandomi
per due buone orette da una casa all’altra della compagnia di amici per
raccogliere la ciurma e attendere che le ragazze si trucchino. Non è che sia
poi questo spasso, e la facilità del giovane ad imboccare lunghi rettilinei
contromano con un solo faro funzionante mi dà qualche pensiero, oltre alla sua
poca considerazione per le sospensioni. Effettivamente i timori si dimostrano
fondati al momento della prima foratura di una ruota causa cunetta affrontata
con troppo abbrivio. Ma tutto regolare, si cambia la ruota in men che non si
dica e si risale tutti in macchina. Evidentemente pero i fumi dell’alcol
eccitano ancora troppo l’incauto amico che ripartendo decide di salire in pieno
su un paracarro di cemento a bordo della strada causando: grattata dalla
sonorità più che sinistra, due gomme scoppiate all’istante, benzina che cola,
macchina inutilizzabile, serata a monte. Ore 1:00 le ronde della polizia e dei
militari sono viste con terrore dalle ragazze della comitiva. Rientro
tranquillo a casa e mi accorgo di essere un bianco che cammina solo nella notte
di una capitale africana, ma non mi fa paura, anzi mi dà come un senso di casa.
Sabato 8
Il sole dopo la pioggia di una settimana ed in un attimo la città si tappezza di vestiti e stoffe messe ad asciugare al sole, dappertutto appese, e soprattutto stese al bordo della strada o sui tetti o sugli alberi. Il cielo è limpido. In centro viene anche tamba, andiamo fino a vedere il mercato del pesce, una folla di gente attorno a pesci di ogni dimensione ammucchiati per terra, i bambini vanno e vengono portando casse di polistirolo sulla testa, le barche esili di legno colorato sono ormeggiate un po’ confusamente tutto attorno, il mare luccica. Verso sera torno a casa dove mi aspetta il carbonaio che per l’occasione ha tirato fuori dall’armadio una camicia bianca e le scarpe buone. Andiamo a mangiare insieme e nonostante non parli una parola di francese, il livello della comunicazione sia francamente basso e la comprensione quasi impossibile, in qualche modo si percepisce la reciproca contentezza di condividere il desco mangiato con le mani.
Mercoledì 12
Stasera è tardi, mi sono messo a lavorare e son arrivate
addirittura le due di notte. Continua a piovere, ma lo sgocciolio ormai è una
compagnia piacevole ed abituale. E’ tornata anche giordana da Nzerekorè. Mangiando
un tozzo di pane -perché dopo il ris gras senegalese del primo pomeriggio il
gelato libanese che ci siamo concessi, con tutte le annesse torte e tortine
infime ed infide, ci ha messo a dura prova- me ne sto qui sdraiato e penso un
po’. Ho appena avuto un incontro ravvicinato con un topo di discrete dimensioni
che scorrazzava liberamente per la cucina, non senza un qualche brivido di
sorpresa o pure spavento. A breve comincerà invece la mia consueta caccia alla
zanzara malefica che in qualche modo si è infilata sotto la zanzariera, di
solito ne esco vincente, ma può volerci molto tempo, è un lavoro di nervi a chi
cede prima, chi si arrende è vinto. Non so se a mano a mano che passa il tempo
il mio osservare e riflettere finisca per concentrarsi più su me stesso, sulle
mie impressioni ed i miei stati d’animo piuttosto che su quello che osservo
fuori -come predetto da laura- o se piuttosto in questi ultimi tempi sia
diventato un po’ distratto. Fatto sta che osservo meno e mi osservo di più.
Giovedì 13
Ci sarebbero da scrivere un sacco di cose; soprattutto di come
siamo partiti su una piroga di legno per andare a visitare l’isola di cassa.
Dopo aver temporeggiato per tutta la mattina in un clima un po’ rannuvolato e
nebbioso ci assiepiamo insieme a una vasta ciurma sul variopinto guscio di
legno, e ci dirigiamo verso il largo. La rotta è contrassegnata da relitti di
navi arrugginite e riverse, ce ne saranno minimo 6, alcune molto grandi, altri
vecchi pescherecci. A poppa il motore da 40 cavalli ronza a intermittenza, a
prua un marinaio aiuta con un bambu nelle manovre difficili. Comincia a piovere
di una pioggia fitta e battente, tutto intorno le gocce picchiettano il mare.
Mentre la gente si ripara sotto teloni di plastica nella pancia della piroga io
e Giordana ci inzuppiamo fino alle ossa. Mi alzo nel kway blu per guardarmi
intorno, Conakry è avvolta nella nebbia e nella pioggia, così affascinante là
infondo, se ne intravedono le sagome dei palazzi, le gru del porto, le linee di
una città ormai un po’ conosciuta e meno straniera. Arrivati sull’isola ci attracchiamo
ad un altro relitto che è utilizzato come passerella per la terra ferma; piove
ancora sulle barche da pesca ormeggiate, sul molo arrugginito che gli americani
hanno abbandonato da 30 anni, sui depositi di bauxite in disuso, sulle capre
che scorrazzano, mentre sotto una tenda montata a poppa di un’altra piroga un
gruppo di pescatori beve il te. Dappertutto vorrei fotografare, ma mi si è
rotta la macchina (riuscirò solo più tardi ad aggiustarla, salvo causare un
altro problema aggiustandone uno, come mi capita regolarmente). Aspettando che
spiova, speranza vana, conosciamo due pescatori senegalesi che ci invitano a
mangiare riz gras a casa loro, saliamo per un viottolo fino al villaggio che
sta quattro passi più in su del porto. I senegalesi si spostano quando il pesce
si sposta, ora è sceso qui verso la guinea, e loro lo seguono, domani lo seguiranno
altrove, costa d’avorio, sierra leone, gambia, guinea bissau. Escono tra due
giorni per restare in mare due settimane, pescano pesci grossi con una rete di
un kilometro e una lancia di legno di 7 metri e 40 cavalli, tirano a bordo
tutto il pesce a mano e lo conservano ammassato a poppa cospargendolo di sale;
poi lo rivendono al mercato di conakry. Sono 6 fratelli a vivere insieme, il
padre è con loro, ma è ormai troppo vecchio per uscire in mare, si occupa però
delle reti e lo troviamo intento ad avvolgere su un bastone una cima che tiene
tesa incastrandola con una maestria impensabile attorno all’alluce del piede.
Mentre mangiamo il riso con una certa fierezza ci decantano tutte le comodità
delle loro imbarcazioni, addirittura la radio per sentire un po’ di musica
musica è annoverata tra le meraviglie dei mari; poi ci offrono un the verde mentre
il ragazzo ha preso la cima preparata dal padre e fissandola ad una palma
comincia a mettere insieme una rete nuova. Un salto alla spiaggia e la pioggia
che ci da un po’ di tregua ci confermano che quest’isola sarebbe o anzi è
davvero un piccolo paradiso, così deserta con queste palme sulla spiaggia, con
questi scogli grigi chiari che sembrano sassi rotondi levigati. Per un attimo
penso a come un bell’hotel a 4 stelle ucciderebbe questi pescatori e la loro
vita. Tornando verso il porto passiamo affianco ad una tettoia dove vive una
famiglia, i fuochi sono accesi da più parti e le donne accucciate preparano
patate e manioca, pomodori, peperoni, tutte nere di carbone e simpatiche, ci
salutano con grandi gesti delle mani callose, alzando per un attimo la testa
dal lavoro e sorridono. Le donne qui si fanno davvero un mazzo senza
dimensioni, Giordana sottolinea spesso e volentieri la sua impressione secondo
cui gli uomini si fanno servire come dei re e le donne camallano quintali sulla
testa, lavano, cucinano, fanno la spesa e si occupano dei bambini, tagliano la
legna. Ora che ci penso non ho mai visto una donna seduta e tranquilla prendere
il caffe al bar, per gli uomini è l’attività prevalente, almeno così sembra, ma
guai a parlargliene. Al ritorno nuova pioggia ci aspetta ma un po’ più
clemente; i preparativi a mollare gli ormeggi sono però abbastanza turbolenti ed
esilaranti. Problema: incapacità dei presenti a mettersi d’accordo sul prezzo
da pagare. Il capitano ritenendo il numero di passeggeri troppo esiguo e la
barca non abbastanza piena si rifiuta di partire, a meno che non gli si dia tra
tutti minimo 12000 franchi. Ma nessuno sa calcolare quanto bisogna metterci a
testa, e ciascuno ha paura di essere fregato, urlano, litigano, parlano,
discutono, ridono e fanno a più riprese il loro “eeeeehhhh” tra il sorpreso e
il divertito, ciascuno dice la sua, poi ad un certo punto uno si impone “ora ci
mettiamo qui comodi e parliamo bene perché io voglio capire”. Noi moriamo dalle
risate, quando provo a dire che è l’ora di partire, sono sicuro che ci vogliano
700 a testa e se manca qualcosa ce ne assumiamo noi l’onere sono abbastanza
titubanti e non troppo fiduciosi e finiscono col capire che pago tutto io. Il
capitano è spiazzato e non sa chi lo sta fregando, alla fine partiamo, ognuno
paga la sua parte e dopo aver visto un mucchio di barracuda ammassati in un angolo del mercato del
pesce ce ne torniamo a casa.
Sabato 14
Il paese si sveglia una mattina e da un giorno all’altro il
prezzo della benzina è cresciuto del 66%, schizzato da 1500 franchi a 2500. Ed
è una tragedia. Tutti i prezzi aumentano a catena, in un batter d’occhio, il
taxi che prima costava 300 è già a 500 e al mercato non si sa che succederà; e
la gente non parla d’altro, dappertutto. Ma per la prima volta sento che
nell’aria c’è una preoccupazione seria, c’è rabbia. Non si può reggere questo
ancora, l’inflazione l’anno scorso è stata quasi del 15%, e qui inflazione vuol
dire che se il riso è troppo caro non mangio e se il taxi non me lo posso
permettere mi sveglio alle 4 di mattina e cammino per arrivare in centro.
Dicono che da lunedì fiumi di gente cammineranno al bordo della strada, i
taxisti faranno sciopero. E c’è tensione, moltissimi non sanno contare e temono
di essere continuamente fregati, altri se ne approfittano e sparano prezzi
esagerati; per la prima volta da quando sono arrivato in Guinea stasera finisco
a litigare con il taxista che mi fa mille storie e tenta di fregarmi in ogni
modo, è nervoso, scorbutico, probabilmente ce l’ha con me, probabilmente
qualche minuto prima di caricarmi diceva ad i suoi amici “questi bastardi di
occidentali che ci uccidono ogni giorno di più”. Fino ad oggi tutti esprimevano
insoddisfazione per la loro condizione, ma lo facevano sorridendo, con una
sorta di desolazione e serenità, “ça va?” “ça va un peu! A la guinéenne! On se debruille”, ce la caviamo. Ma
da lunedì penso che ascolterò molta più esasperazione, visi più tirati e voci
più tese, e sento e so che questo popolo ha tutto il diritto di gridare questa
rabbia che viene dal profondo.
Per il resto la giornata è abbastanza tranquilla e dopo la
partenza di giordana nuovamente solitaria, per modo di dire. A pranzo andiamo
con Tamba dal ristorante italiano cesare e ci dilunghiamo prima in osservazioni
sul corano da parte sua, poi in spiegazioni sull’alpinismo da parte mia. Non so
bene quale possa essere il nesso o il senso di questa associazione di idee.
Verso il pomeriggio arriva Kader che nella sua immensa noiosità oggi mi sembra
più sereno, più africano, per una volta parliamo di cose che non hanno a che
fare con il lavoro e lo studio, e finisco in qualche modo a casa sua, sperduta
in una periferia lontanissima, ma carina, con un po’ di terreno attorno è una
costruzione di tutto rispetto lasciata a metà, e circondata su più lati da
ruscelli che scorrono come se si fosse in campagna. La camera di Kader è un
quadrato due metri per due metri, in un angolo un materasso, in un altro un
tavolo strabordante di libri, fogli, quaderni accatastati e disordinati, sugli
argomenti più disparati in tema di economia; sulla parete opposta un armadio
copre il buco che dovrebbe portare alla doccia, se il bagno fosse stato fatto.
Tutto in mezzo alla stanza una corda tesa serve da appendino per una marea di
vestiti ammucchiati tra cui si riconoscono uno smoking nero ed uno bianco.
Sotto il letto la mitica collezione di scarpe a punta di Diakitè, mezzi
stivaletti, marroni, serpente, nero e bianco. E’ eccezionale che in una
spelonca di tal portata ci sia uno che parla come un libro stampato di economia
e finanza e esce ogni tanto con il vestito buono per le cerimonie e la
cravatta. Il momento più entusiasmante è quando mi mostra le sue foto, una pila
confusa e disordinata che sfogliamo con calma, ma dalla quale emana la storia
di questo ragazzo. I suoi amici un po’ dappertutto, la sua famiglia, le
fidanzate, i compagni di classe, i professori. Ogni tanto si finisce per
dimenticare che ciascuno in questo mondo ha una storia come la nostra, amici e
delusioni, esperienze e speranze, un passato, qualche ferita, e ricordi. La
foto che più mi colpisce è quella in cui Kader ed un suo amico avranno 17 anni
e sono seduti su un divano guardando la macchina fotografica con quell’aria di
chi ha la faccia da bambino ma comincia a sentirsi uomo. Prima di tornare a
casa c’è ancora il tempo per dare un occhiata ad una festa di matrimonio di cui
si ascolta la musica nel quartiere. In uno spiazzo tra un mucchietto di case un
uomo vestito di bianco urla in un microfono gracchiante mentre in 5 suonano i
tamburi con ritmo ossessivo ed incalzante, tutto intorno una folla di curiosi
guarda ride, applaude, ma resta a debita distanza perché il ballo è riservato
agli invitati; ed infatti a turno bambini ed adulti una volta in mezzo allo
spiazzo e davanti ai suonatori si agitano in un ballo che non riesco a
descrivere altrimenti se non come se fossero posseduti dalla musica. Tarantolati
si muovono tutti, saltano, si scuotono, convulsamente seguono il tempo al
millesimo e sembra che tutto il corpo vibri della musica. Una ragazza è
incredibile, si agita come un ossesso dai fianchi in giù, salta si piega,
scalcia, ma il tronco resta immobile e la faccia assorta non ondeggia di un
millimetro.
Domenica 15
Che cosa è questa specie di ansia che mi prende, ed il pensiero di dovere fare tutto e troppo di fretta? E il topo continua a farmi compagnia con quel suo strano gracchiare. Non voglio, proprio no, giocarmi questa ultima settimana agitato, ed arrivare a genova di corsa, voglio godermela e stare con la gente. A messa c’è gran solennità per la assunzione. Il prete parla della resurrezione, della resurrezione di questo paese, della Guinea, della sua gente che non ce la fa più, ogni domenica pregano per questa situazione sociale che rende inquieti, ed mi sembra di capire un po’ di più il senso della grotta e degli ultimi, perché davvero gli ultimi hanno un disperato bisogno di risurrezione, un bisogno estremo di un'altra vita già in questa vita, perché muoiono e soffrono. Ed in tutto ciò, con questa angoscia e questa preoccupazione nel cuore, la gente ancora canta, e batte le mani, e suona il tamburo e danza. All’offertorio un gruppetto di ragazze vestite di giallo danza piegandosi ritmicamente avanti ed indietro fino ad arrivare all’altare portando semplicemente colore. E penso che davvero Dio non possa benedire altri che questi uomini che nella mancanza totale di prospettiva per il giorno successivo si mettono a cantare e sorridendo ballano, davvero con gioia, anche la vecchia mama con gli occhi che luccicano come di bambina. Una donna grossa davanti a me tiene in braccio il suo bambino e ci gioca, è così forte la natura di madre che sprigiona dalle sue spalle nere. A pranzo arriva muctar e stiamo insieme per il pomeriggio; muctar è simpatico ed intelligente, parte oggi per la campagna perché in città non ha più i soldi per campare, e in campagna almeno si trova sempre qualcosa da mangiare. Mi porta a vedere il quartiere della sua infanzia, i bambini dappertutto sono da un lato contenti dall’altro impauriti di farsi fotografare. Saluto muctar con affetto, parte con il suo cappello da rapper francese ed un gran desiderio di venire in Europa, come regolarmente tutti quelli che incontro.
Lunedì 16
Fatto sta che mi sono svegliato abbastanza di buon umore. Sulla strada meno traffico del solito, solo 40 minuti di coda in piena ora di punta, e semplicemente perché la gente con il taxi che costa così caro rinuncia del tutto ad andare in centro. Si scorre fluidi per le strade che ormai riconosco bene, da casa mia al cyber, affianco alla signora da cui compro la verdura e quella delle banane fritte, a destra si vede il negozio di arte africana dove ci hanno insegnato a giocare ad awale, il ragazzo del telecentre, quello con un braccio un po’ rattrapito da cui provavo a chiamare i primi tempi, e poi il mercato di Taohya, Amdallaye, il bar dove bevo il caffe, e via in giù la strada diventa a due corsie si scende fino al porto delle barche di legno, e poi si risale, affianco allo stadio e a destra il portale dell’università, la moschea, fino a pont 8 novembre dove i ragazzini vendono tappetini per le macchine, e poi ancora si attraversa quella che una volta era un minuscolo braccio di mare, ora uno stagno dove due o tre persone pescano immersi fino al collo, lasciando spuntare solo le teste e cappelli di paglia sotto il sole. Del vecchio hotel abbandonato ma non per questo disabitato vi avevo raccontato; già da lontano mi sembra che ci sia uno strano fermento, ed infatti fuori dalle molte porte e finestre sventrate e sulle terrazze e nella corte montagne di roba ammassata, tavole, letti, vestiti, pentole, libri, ciascuna famiglia il suo mucchio, qua e la un carro, una macchina stracarica e niente più panni stesi alle finestre. Poco più avanti i militari sono seduti all’ombra su un gradino, con i loro fucili tra le braccia incrociate fumano. Un aria di mobilitazione nell’aria, grandi manovre, traslochi; li sgomberano. Chissà dove andranno, chissà cosa ne faranno del vecchio ragno di cemento ormai rimasto vuoto. Chissà lo raderanno al suolo, o forse lo occuperà domani qualcun altro, magari i militari. Ma la strada continua affianco al palazzo del popolo che è enorme e bruttissimo, sovietico, poi ad una biforcazione un campetto da calcio quasi in mezzo alla strada, ed i capannoni del PAM (programma alimentare mondiale), ancora un viale con alberi grandi, i recipienti della raffineria spuntano in alto e il grande parcheggio dei camion per la benzina sull’altro lato, fino all’imboccatura del porto, con quei camion immensi e quelle ruote vecchie e troppo usurate, stanche. Ancora la fermata dei bus stracarichi ed il rettilineo dei ministeri. Arrivati. Da Kipe en Ville, 1500 franchi da ieri, 7 passeggeri, 1:30 minuti di norma.
Il mio lavoro al ministero procede, altri documenti, cifre e materiali, ma le domande si moltiplicano perché i documenti non combaciano e le cose inspiegabili si moltiplicano più si approfondisce. Entro nell’ufficio della direttrice nazionale del Debito Pubblico mentre sta mangiando una sorta di semolino su una pentola piazzata nel ben mezzo della sua scrivania. E non posso rifiutare il suo invito a condividere del pasto munendomi di cucchiaio e pescando dalla stessa pignatta. Incredibile! Nel mentre fissiamo un appuntamento con il Direttore degli Investimenti pubblici che ci guarda mentre mangiamo. Appena uscito passo a salutare Moussa, quello che si è svegliato un giorno cieco da un occhio, facciamo un giro a piedi e beviamo un caffè pepato senegalese; come al solito parla a macchinetta, dei problemi del paese, dei suoi due fratelli malati mentali, del suo occhio, del suo desiderio di convertirsi da venditore di libri a cambiavalute (l’euro è salito ancora, da quando sono arrivato è aumentato del 20%), di come suo papà non gli abbia permesso di studiare, e del fatto che non si sente per ora di avere una fidanzata, perché non ha una stanza abbastanza decente in cui riceverla. E’ un ragazzo simpatico, con quegli occhiali da sole e quella camicia bianca, con quell’occhio rosso e semichiuso. Incontro due italiani ed una suora che sono qui per un progetto di costruzione di una casa. Mi invitano a bere qualcosa finiamo a mangiar salame a casa mia. Mi sembrano un po’ stanchi di attendere che i doganieri si decidano a far uscire dal porto il container che aspettano, molto esposti al rischio di pagare tangenti salate e farsi tirare dei pacchi sonori in tema di camion e trasporto, un po’ provati dal contesto, confusione, batteri, musulmani, conakry. La suora è molto simpatica, allegra, esageratamente preoccupata per un tale decisamente ubriaco che mangia al tavolo affianco, gli altri due non li capisco molto. La domanda su cosa sia essenziale per stare bene, nel senso di essere felici, e del posto occupato in questo senso dal benessere, quindi dai soldi, dalla lunghezza della vita, dalla salute, dalla cultura continua ad animare riflessioni e discussioni. Parziale risposta mi viene stasera parlando con il ragazzo del telecentre, Tierno, prima di andare a dormire. Un modello di sviluppo che soddisfi i bisogni pimari e salvaguardi il senso di comunità e socialità, fratelli e sorelle, coto e djadja come dicono loro.
Martedì 17
La giornata comincia presto ancora al ministero, combino meno di ieri; il capo del tesoro è un po’ scostante, Tidiane gentile ma tanto benestante da permettersi di spendere molto per mangiare male, Madame Diallo mi ha preso in simpatia da quando abbiamo pescato con la forchetta dallo stesso piatto, oggi mi appoggia le mani sulle spalle come fossi suo figlio. Il primo contatto con Annamaria, la nuova ragazza italiana che viene per continuare la ricerca, è alquanto tragico: vedo una bianca in lacrime marcata a uomo da una poliziotta in mezzo alla folla e capisco che lei. Niente di grave: è solo partita dall’Italia senza visto (!!!), dimenticato, con conseguente minaccia di rimpatriarla all’istante. Riusciamo ad ottenere quanto meno di farci dormire una notte a casa, e domani vedremo di aggiustarla. Starà tre mesi e un po’ la invidio, così all’inizio con tutto il nuovo da scoprire, con questo tempo davanti per stare insieme a questa gente e conoscere questo mondo. La prima cosa che mi chiede dal taxi “ma la città à tutta così?” esattamente come io a Laura il mio primo giorno, è buffo. Son curioso di osservare le sue prime impressioni. Alex l’amico calciatore di Mouctar passa a salutarci con una faccia sottile come hanno solo i Peul, Mouctar quello che è partito al suo villaggio mi ha chiamato oggi perché io mi sincerassi delle sue buone condizioni. Un ragazzino con una mano ustionata mostra intelligenza ed acume da vendere mente aspettiamo l’aereo e ci beviamo una coca. Amie stira e nel mentre parliamo. Ma non vorrei trascurare il venditore di calze di oggi, o la venditrice dei panini ai fagioli di ieri. Da domani si comincia con il rullino in bianco e nero.
Mercoledì 18
Chissà se mi son preso la malaria? Mi sveglio e già sul taxi mi accorgo che qualcosa non va, son strano e di una stanchezza che non mi pare di conoscere. Una malattia nuova? Una sorta di sudore freddo, una sorta di estraneità al contesto. E poi un po’ per tutta la giornata si alternano momenti in cui mi dico, come sto bene, son proprio in forma, ad altri in cui ho mal di testa e senso di stanchezza. Sarebbe un peccato essere fuori uso per questi ultimi giorni. E mi spiace di essere un cicerone un po’ mezzo acciaccato per Annamaria che vede questo mondo con i suoi occhi oggi come primo giorno. Mi pare che se la cavi benone, parla con tutti e con un modo simpatico. In un giorno ha già collezionato non poche proposte di matrimonio. Tidiane dal ministero ci porta a mangiare in un pub semi americano che di notte diventa una discoteca, posto francamente tanto inquietante quanto brutto, posto da ricchi cui si accede attraverso cunicolo dove il classico guineiano dorme su un tavolo e un altro prepara spiedini di fegato. Il lavoro al ministero rivela il gran casino che regna da quelle parti. Non riesco a trovare due persone che mi diano dati concordanti sulle stesse cose. E mi piacerebbe capire il motivo della differenza tra la cifra che mi dice uno e quella che mi dice l’altro, ma ciascuno dei due sostiene che la sua è affidabile, ma che non sa perché l’altro dica differentemente. Passiamo da moussa e compro un bel po’ di stoffa da due venditori di passaggio senza riuscire a capire se ho ben contrattato o mi hanno fregato. Il ritorno a casa pigiati affianco ad un direttore di un giornale locale -che poi è un giornalino, 1 volta alla settimana 1000 copie- è contrassegnato da una mucca intera evidentemente morta ammucchiata nel bagagliaio del taxi che ci prevede, mentre l’amico parla della libertà di stampa in Guinea. Al porto delle mangrovie oggi scaricano tronchi di legna dritti e umidi dalle barche, nel mentre sul bordo della strada qualcuno prova a vendere un piccolo coccodrillo tenendolo per la coda sospeso in aria. A casa ci aspettano kader e kalidou, ciascuno con il suo modo, uno diligente ma finalmente un po’ meno noioso e più rilassato, l’altro con il suo cappello in testa, e quel’aria a metà tra ragazzino impaurito e affettuoso e gran capo del quartiere, vissuto.
Giovedì 19
Pare dunque che davvero mi sia preso la fatidica malaria, verificato scientificamente con i potenti mezzi guineiani. Il metodo è detto della goccia spessa: ti fanno un buco in un dito, colano il sangue su un vetrino, lo mettono un po’ al sole a seccare, ci aggiungono qualche liquido e poi cercano di capire come stanno i globuli rossi. I miei li ho visti di persona e francamente non è stato un gran bel vedere, mi sono sembrati un po’ acciaccati, mezzi accartocciati e sbeccati, speravo di far figura migliore. Pare comunque che il livello della vicenda sia davvero basso e per nulla preoccupante, ordinaria amministrazione da queste parti, alla stregua di un raffreddore. Mi è stato ad ogni modo consigliato di fare immediato ricorso all’ultimo ritrovato cinese, eseguo diligentemente. Al mattino rimane comunque il tempo di presentare ad Annamaria un po’ di amici di Amdallaye tra cui senza dubbio spiccano il padre di Tantie -questo anziano signore con il bastone una maglietta a righe ed i pantaloni corti che sembra abbia una paresi alla faccia da quanto continuamente sorride mentre custodisce premurosamente fra le mani la sua radiolina- e un altro sedicente ottantenne che mi racconta della guerra fatta per i francesi in indocina, dei tedeschi, dell’algeria, delle promesse non mantenute di De Gaulle, dei ribelli liberiani. Dopo qualche banana fritta e un mezzo piatto di riz gras il pomeriggio scorre relativamente tranquillo a casa mentre una banda di marmocchi esagitata gioca nel giardinetto correndo come uno sciame di qua e di la. La piccola Hussei prova a stare dietro al gruppo dei grandi ma capitombola non di rado. Passa anche Tamba ed è sempre il solito, ci animiamo in una discussione sulla corruzione; mi fa arrabbiare il fatto giustifichi tutto dicendo che se nè i poliziotti nè gli insegnanti hanno abbastanza soldi l’unico modo per sbarcare il lunario è di raccimolare soldi facendo valere il proprio piccolo potere. Ma possibile che non si accorgano che in questo modo il dramma della loro condizione ricade sempre sui più poveri, e che in questo modo il sistema si autoalimenta e sta impiedi, la classe media continua ad avere abbastanza da mangiare, mentre i grandi capi possono continuare a farsi i loro porci comodi; e che se la smettessero di accettare questi balzelli si ritroverebbero il giorno dopo tutti insieme in piazza e forse qualcosa cambierebbe per una volta, se si ribellassero! Ma tutti si adattano, anche questa storia della benzina, incassano, un colpo dopo l’altro.
Venerdì 20
Sembra che il misto di confusione ed umido della malaria a poco a poco scemi, lasciando quella sensazione eccezionale di essere in buona salute. Al mattino a dirla tutta sono abilmente rapinato: appena sceso dal taxi mi si avvicina uno e comincia a farfugliare qualcosa indicando le mie scarpe, non capisco, si avvicina, prova a spiegarmi che intende e gesticola, mi prende per una gamba quasi mi storce un ginocchio e mi fa il segno che qualcosa non va. Io gli dico che mi spiace ma proprio non arrivo ad afferrare cosa vuol dirmi, e me ne vado pensandolo un po’ matto. Magara! Nel mentre della messinscena evidentemente mi ha infilato una mano in tasca e mi ha afferrato gli spicci. Con annamaria giriamo ancora un po’ per uffici per raccogliere gli ultimi dati, e mi sembra che nel complesso i frutti arrivino, alla fine. Tidiane è sempre molto gentile e simpatico, con questo suo look occidentale e le scarpe di legno a forma decisamente cafona ci porta nel suo affezionato american bar. La città il venerdì si svuota velocemente dopo pranzo, molti partono per la preghiera in moschea, lasciando deserte e spoglie ma belle nella loro semplicità queste strade allagate dalla solita pioggia. Perché in fondo che bisogno c’è che una strada sia contornata da insegne luccicanti o vetrate, una strada è bella in se in quanto strada, in quanto asfalto riscaldato dal sole e percorso da ruote nere, in quanto buche e amortizzatori, questa è la strada, dappertutto, macchine che trasportano uomini, donne ed oggetti svariati, e qui le cose sembrano riappropriarsi della loro funzione essenziale e primordiale. Prima di tornare a casa passiamo a salutare il solito moussa, mi sono affezionato un po’ a questo ragazzo che sta diventando cieco anche dal secondo occhio ma è proprio simpatico, quando comincia a parlare non smette, e parla delle sue preoccupazioni ma anche esprime una serietà ed una pace di fronte al suo lavoro di faccendiere di se stesso, ed un piacere semplice nello stare insieme. Dopo la classica fanta finiamo a bere il solito caffè-touba che sarebbe un intruglio senegalese a base di caffè e pepe buono quanto piccante. E seduto nell’angolo oscuro della baracchetta dove job prepara il touba penso che semplicemente mi piace stare li in silenzio mentre moussa parla ad annamaria, stare insieme a questa gente, stare in questa vita che è così essenziale così poco infiorata eppure assolutamente bella. Alex il calciatore passa nuovamente a salutarci e dopo un gran cappello introduttivo ci comunica solennemente che ci regala la medaglietta tipo scuola calcio delle medie che ha appena vinto nel torneo del quartiere. Che carino. Mangiamo insieme una pasta al pesto anche con Boubaka e Boy, Bouba ridacchia pensando a cosa direbbe la sua capa se arrivasse all’improvviso dall’Italia e ci vedesse tutti allegramente in cucina allo stesso tavolo. Ieri gli ho fatto una foto insieme alla moglie e ai due figli, Mariama era così contenta che fossero tutti insieme e in ordine, mi sembrava la mia mamma, si è cambiata la maglietta per essere più carina. E la gratitudine per questa gente che emerge al momento di salutarli.
Sabato 21
In viaggio verso mafreneia per salutare Salimatou. L’ospitalità della famiglia, mangiare insieme sotto una capanna, le benedizioni, le foto, il cielo e il sole. La mama che prepara il riso insieme a tantie e salimatou, e il ragazzino che pulisce l’ananas, il fumo nei vestiti, ogni giorno. Felicità e nostalgia. E capire che la vita può essere tutta nel bere il te seduto sotto un albero affianco a yama in mezzo a tutta la famiglia e mangiare ananas parlando con i vicini, che questo è possibile anche qui, senza soldi, senza niente, anzi che forse proprio troppo avere, troppa fretta ci hanno tolto significato. Al ritorno la gente sul minibus parla ininterrottamente e ride, nel buio ciascuno racconta a turno delle sue preoccupazioni e della sua vita, come davanti al fuoco. Guardo le stelle dall’oblò in mezzo a tante donne. Le donne qui sono terra, sono madri e mogli, sono la natura, sono tutto, sono la vita. Poi verso sera, quando già sono in pigiama, la telefonata di kader arriva insieme al suo impellente desiderio di vedermi perché domani parte. Dunque mi infilo una camicia e mi ritrovo nel bel mezzo di un ballo degli studenti al cosiddetto palazzo del popolo, sembra un po’ una festa delle medie con tutta questa fanta ed i lenti, ma la gente balla bene la loro musica africana con grandi ondeggiamenti di fianchi e passo svelto. Kader mi si conferma divo dell’università, lo chiamano eccellenza e l’osannano a più riprese, con quel suo vestito un po’ largo e la camicia stropicciata è molto gettonato in tema di fotografie. Una banda di fotografi si avventa sulla preda, mi viene da ridere quando penso che sono in africa occidentale con davanti più fotografi che i giapponesi e con una faccia da bianco disfatto dalla stanchezza affianco a questo ragazzino che fa la faccia seria. Gli assegnano un posto d’onore e molti passano a salutarlo, io da fedele scudiero sono assiso alla sua destra e devo stringere un sacco di mani. Affianco a me un signore che deve essere professore di qualche cosa all’università sorride di gusto nella sua giacca rossa.
Domenica 22
La vita di questa gente è sacra, questi corpi, questi uomini e queste donne illetterati sono la spina dorsale del mondo, sofferenza e sorriso, esistenza vissuta fino all’ultimo granello.
Penso che sia la loro vita in qualche modo a salvare la
nostra, la loro semplicità e loro esistenza -di sostanza, di terra, di carne,
di sudore- a riempire di significato anche la nostra -di frivolezza, d’aria, di
inutile, di superfluo-. Stingo ancora un po’ la piccola Hussei prima di
partire, gli occhi lucenti, le ciglia lunghe e nere, sarà bella, bellissima,
sarà donna, sarà madre alla maniera di sua madre, sarà una donna che lavora,
che si spezza la schiena, che perde i denti, sarà moglie, sarà una donna che
ride di gusto parlando con le sue amiche, sarà sorella di tutti quelli del
quartiere, avrà due spalle robuste e fianchi larghi, e si esprimerà con grandi
gesti urlando quell’eeeeeehhhh di sorpresa acuto ed inconfondibile, allegro,
sarà una donna vestita di panni colorati, che invecchia, che si carica ogni
genere di mercanzia sulla testa, quando si alzerà in piedi sarà l’immagine
della dignità, quando siederà a pelare manioca avrà le mani dure e ruvide,
nelle dita una conoscenza semplice ed infinita della vita, avrà la pelle
segnata dall’esperienza del mondo. E avrà sempre questi occhi profondi e neri.
Le cose da fare prima di partire si assottigliano e
tornano a poco a poco e lo spirito è più sereno, come se finalmente mi fosse
chiaro che non c’è alcun modo di concludere o chiudere questa esperienza dal
momento che per sua natura questo viaggio è un inizio. Riporto a Genova qualche
frammento di un mondo che ho solo cominciato ad incontrare, e non ha senso chiudere
o concludere alcunchè ora. Parto lasciando tutto aperto, senza aggiungere
nessuna parola di chiosa, parto lasciando tutto a metà perché so che molto
altro ancora verrà, parto con la certezza di non dover lasciare per sempre un
luogo ma di aver solo iniziato a frequentarlo. E mi piace tornare sapendo di
portarmi a casa solo una partenza.