Il 26 dicembre di due anni fa si è scatenato uno tsunami portando con sé morte e distruzione.
Di fronte a questa calamità naturale e alle sue conseguenze nella Lega
Missionaria Studenti, movimento ignaziano dei gesuiti italiani, è nata
la volontà di aprire un nuovo fronte capace di rappresentare uno fra i
tanti granellini di sabbia che alimentano le speranze di chi stava
soffrendo.
Dopo i contatti con i gesuiti presenti da anni in loco quest’estate, in
Agosto, un gruppo di volontari hanno prestato il loro aiuto di
ricostruzione, di animazione e di conforto nelle città di Colombo e
Batticaloa, fra le meno aiutate dalla comunità internazionale.
I mesi successivi all’evento hanno visto la donazione di migliaia di
miliardi di dollari da tutto il mondo, fatto che, al di là di una
corruzione dilagante - come dappertutto, lascia ben sperare per una
pronta ricostruzione.
Le speranze sono date anche dalle persone che, tanto da fornire un
esempio, al di là delle differenze etnico-religiose sono accorse dalle
campagne alle coste, duramente colpite, offendo aiuto.
Con queste premesse sono partito il giorno di Natale con i padri
Massimo Nevola s.j. (segretario nazionale L.M.S.), Francesco Beneduce
s.j. e un medico volontario, per un viaggio di ricognizione che sapesse
fare il punto sulla situazione degli aiuti e del grado di ricostruzione
ad un anno dalla sciagura, oltre a saper fornire elementi per vedere
come ottimizzare la parte restante di fondi di aiuto.
L’ambasciatore italiano in Sri Lanka ci ricordava come lo sforzo degli
italiani, coinvolti allora, fra le altre iniziative, nelle donazioni
via sms sia stato più consistente che in altre circostanze, ma
inferiore a quello di altre potenze tra le quali ci annoveriamo e che,
come nel caso dell’Inghilterra, avevano raccolto quasi il doppio.
l'interno dell'areoporto di Dubai
Dopo
11 ore di viaggio in aereo e un breve scalo a Dubai dove i nostri
connazionali, tra le palme sintetiche dell’aeroporto, facevano tappa
prima di sbarcare su una delle tante splendide isole dell’Oceano
Indiano, arriviamo a Colombo, capitale dello Sri Lanka (dopo che lo era
già stata Kandy in passato), che ci accoglie con un caldo torrido in un
terminal che quest’estate era ancora in costruzione.
La gente del
posto cerca i parenti tra la folla che esce dall’aeroporto, molti di
loro sono lontani da casa da anni, tanti hanno trovato lavoro e
sostentamento in Europa facendo i portinai o altri lavori umili e la
commozione è tanta, altri acquistano elettrodomestici uscendo
dall’aeroporto felici dell’aver fruito del lieve sconto dei tassi
doganali.
Fuori, il traffico inquinato dai motori si muove con una frenesia
inconsueta da queste parti contraddistinte da una calma estranea agli
europei.
Appena fuori dal centro convulso della capitale numerosi posti di
blocco dei militari si snodano allerta, restringendo la carreggiata con
rudimentali barili di metallo o invitando i veicoli a fermarsi: sono i
primi segnali tangibili di una guerriglia che continua a mietere
vittime.
I
monsoni sono da poco terminati in Sri Lanka, isola grande due volta la
nostra Sicilia, le piogge abbondanti che hanno portato sono ancor
visibili nelle pozze d’acqua ai bordi delle strade sterrate e nelle
risaie che da esse traggono nuova vita; tra qualche settimana l’acqua
si sarà asciugata e renderà gradite le sporadiche piogge che il monsone
di ritorno saprà offrire.
L’isola di Ceylon, perla d’oriente come
veniva chiamata anticamente, continua tuttavia a mostrare una natura
unica, rigogliosa e lussureggiante grazie alla vicinanza all’equatore,
costituita dalle palme che ricoprono l’isola tutta, dalle piantagioni
di thè e da alberi dalle lunghe fronde liberi di innalzarsi in cielo
che danno riparo ad uccelli e scimmiette, oltre che agli elefanti che
in certe zone si riescono a vedere anche solo passando in strada.
Kandy, albero nel monastero buddista che contiene il "dente di Buddha"
La
guida nella corsia sinistra ed il volante a destra nell’abitacolo delle
macchine mostrano le reminiscenze della dominazione inglese, cessata
nel 1948, un anno dopo quella dell’India per cui tanto aveva fatto “il
Mahatma Gandhi”, una dominazione capace tuttavia di lasciare al paese
una struttura nel complesso dignitosa, certo migliore di tante altre
realtà dell’Africa o dell’America Latina.
Un livello che può
contare per esempio su un tracciato ferroviario lento e arretrato ma in
funzione, un sistema fognario e acqua corrente in quasi tutta l’isola.
Traffico ferroviario a Colombo
L’indipendenza dagli inglesi e la successiva sostituzione nel 1949 del
cingalese come lingua ufficiale in luogo dell’inglese stesso, hanno di
fatto dato impulso alla faida ancora in atto tra il governo cingalese
ed i tamil.
I tamil dello Sri Lanka sono i protagonisti di una guerra civile
sanguinosa e dimenticata dal resto del mondo: questo popolo, di origine
dravidica, induista, subisce una sistematica discriminazione, non solo
religiosa, da parte della maggioranza cingalese buddista.
La situazione è precipitata negli anni '70, con la formazione del
gruppo delle Tigri per la liberazione del Tamil Eelam (Ltte) che ha
intrapreso una lotta armata, a cui i cingalesi hanno risposto con
l'esercito.
La guerra civile che ancora oggi si combatte ha costretto almeno un
milione di tamil a lasciare casa propria per i campi profughi e 60 mila
persone a lasciare il Paese. Sessantaquattromila i morti.
Da più di 20 anni è in atto una mediazione da parte di diplomatici
norvegesi che proprio per l’assenza di legami e interessi in Sri Lanka
si pensava potesse essere migliore di altre anche se al momento ha dato
pochi risultati.
La notte di Natale, infatti, è stato ucciso a Batticaloa il
parlamentare tamil Joseph Pararajasingam, in chiesa dopo aver ricevuto
la comunione, da due ragazzini che, dopo aver sparato ferendo anche
altre persone, si sono poi dileguati.
L’attacco certo vile, orchestrato a tavolino con freddezza da
guerriglia organizzata, è un segno inequivocabile e terribile per il
contesto in cui si è sviluppato, da parte di chi, all’interno dei
tamil, non ammette il dialogo e la cooperazione con il governo
cingalese.
Il successivo funerale - al quale abbiamo presieduto - ha visto da una
parte la disperazione della famiglia, dall’altra la rabbia soffocata
solo in parte di chi, all’interno della stessa gente, della stessa
fazione, vede mietere vittime limitando una pace voluta dai più.
Il 1990 è stato un anno maledetto nell’ambito della guerra intestina:
ben 900 soldati cingalesi sono rimasti uccisi nei posti di blocco che
ancora oggi presidiano, ogni poche centinaia di metri, dalla guerriglia
tamil.
La problematica è complessa e non è riducibile al solo tentativo d’indipendenza che i tamil vorrebbero.
Ciò che mi preme sottolineare è come questa faida trasversale lambisca
davvero una bassa percentuale della popolazione tutta, popolazione che
ha mostrato il suo volto più vero e caritatevole in conseguenza dello
tsunami, quando dalle campagne sono accorse persone sulle coste per
aiutare le vittime del maremoto.
Tuttavia la ricostruzione procede: tanti sono i cantieri all’opera in
tutta l’isola, tante sono le strutture che stanno sorgendo da solide
fondamenta di cemento armato.
La spesa media che richiede una casetta è di 5000 € ciascuna ed è sufficiente ad un’intera famiglia.
A datch barl, frazione di Batticaloa colpita in maniera consistente
dallo tsunami, opera Johnmery, “the tamil tiger”, gesuita col quale
collabora la Lms, che raccoglie una quindicina di bambini tutti orfani
di almeno un genitore.
La situazione di questi bambini, per i quali Johnmary è un padre,
ricorda quella che vedevamo nei primi viaggi in Romania, con queste
ragazzine che aiutano nelle faccende domestiche e nella preparazione
del cibo, e dei ragazzini che danno il loro contributo spostando
mattoni o facendo ciò che il caso impone.
Questi bambini vivono in baracche di lamiera adiacenti la scuola
abbandonata dove vive “the tamil tiger”, davanti alle baracche in cui
sono divisi c’è la scuola, fatta di una struttura di legno coperta da
foglie di palma, il suolo è la sabbia marrone chiaro che arriva alla
laguna.
Proprio il 1 Gennaio è stata benedetta la prima pietra della casa che
ospiterà questi bambini: l’idea è quella di sostituire gli stuoini sui
quali dormono, gli stessi che usiamo noi ad agosto in spiaggia, con dei
veri e propri letti.
Datch Barl (Batticaloa) scuola adiacente alla parrocchia di John Mery
Negli stessi giorni abbiamo avuto modo di conoscere il vescovo cattolico di Westmister Abbey di Londra, O’Connor, in visita nella stessa zona per la benedizione di casette finanziate dall’Inghilterra: il legame con quelle che fino a poche decine di anni fa erano colonie inglesi è ancora forte.
Visita a Batticaloa dell'Arcivescovo di Westminster Abbey (London)
La personalità carismatica di O’Connor ha commosso la gente accorsa in
cerca di una benedizione dall’arcivescovo, gli sono è prostrati ai
piedi dopo aver posto a lui, come a me ed a tutta la schiera di
“europei”, il tradizionale “bollino rosso” sulla fronte, tipico della
cultura induista ma anche segno di benvenuto per le popolazioni locali.
E’ un uomo pronto e ironico: nel momento in cui gli ho chiesto se mai
avesse visitato la nostra splendida cattedrale di S. Lorenzo,
contenente, fra le altre cose, anche la bomba (inesplosa) della marina
inglese risalente alla seconda guerra mondiale, mi ha risposto,
ridendo, di no, ma che conosceva bene e salutava il nostro vescovo
Bertone.
1 gennaio, benedizione della prima pietra dell'orfanotrofio di Datch Barl (Batticaloa)
Ci
sono famiglie che non sono più tornate nella loro casa lasciando le
macerie e aspettando che il governo provveda a loro nell’assegnazione
di un nuovo alloggio, così ci hanno detto al TRO (temporary refugee
org.), campo profughi costruito dagli svizzeri.
Questo campo che
accoglie più di 750 persone, è costituito da baracche di lamiera di 4
metri per 4 dove abitano intere famiglie, queste sono intervallate da
una pompa d’acqua ogni 4 baracche; nelle ore diurne i raggi del sole
che battono incessanti scaldano oltremodo la lamiera e costringono gli
abitanti a trovare “ristoro”fuori dai rifugi in “dependances” fatte con foglie di palma.
baraccopoli a Colombo
Nel corso del sopralluogo abbiamo avuto modo di incontrarci in due
occasioni con la delegazione italiana della Protezione Civile oltre che
con Emma Bonino, Giuliano Amato e Guido Bertolaso, venuti a verificare
lo stato di realizzazione dei progetti da tempo preventivati e
fianziati, alcuni dei quali con Magis, onlus dei gesuiti italiani.
Trincomalee, donazione delle prime imbarcazioni alla popolazione da parte del Magis e della Protezione Civile
Proprio il Magis ha proposto e realizzato con successo un concorso,
promosso nelle scuole medie della città di Trincomalee e dintorni che
ha coinvolto 600 bambini, di tutte le confessioni religiose, con la
finalità di far loro rappresentare in un disegno un loro ricordo sullo
tsunami che tanto ha influito, loro malgrado, sulle loro vite.
alcuni dei disegni del concorso che ha coinvolto 600 bambini di Trincomalee, promosso dal Magis
Gli
spostamenti tra le varie città (Colombo- trincomalee; tincomalee-
batticaloa; batticaloa- kandy; kandy- colombo) in un contesto splendido
di natura e vegetazione che abbiamo compiuto, hanno saputo offrirmi
anche la conoscenza di “quattro moschettieri” ultraottantenni, gesuiti
che hanno dedicato la loro vita all’isola di Ceylon: i padri gesuiti
Chianese, Catalano e Stefanizzi a Colombo e Perniola a Kandy, autore
quest’ultimo di un copioso lavoro sulla ricostruzione e sulla ricerca
della storia religiosa srilankese.
A contatto con loro sembra
impossibile non pensare al 1969/70 quando il gesuita americano Marren
decise di donare i 3 collegi dei gesuiti presenti nell’isola al
governo; le cronache ufficiali parlano di costi di gestione troppo
elevati e di un’impossibilità nel fare altrimenti anche se la paura di
veder ripetuto l’esilio dei gesuiti perpetuato in Cina negli stessi
anni ad opera dei governi comunisti potrebbe suggerire un altro movente.
tipico negozio delle strade srilankesi
I
giorni sono stati caratterizzati da una vibrante intensità data oltre
che da una cornice di terre e mari splendidi ha visto anche l’amicizia
della popolazione locale al punto da rendere difficile la partenza.
Lo stile umile e sobrio della gente che già aveva poco, ed ha ancor
meno, conferma quella vicinanza a Dio che consente loro di trarre da
esso linfa e sostentamento più di quanto sia possibile, spesso agli
occidentali.
In questa terra tropicale con 19.000.000 di persone, di frutta esotica
e di piantagioni di thè, di granchi rossi come il fuoco, di pescatori a
bordo di canoe, di ragazzini che poco alla volta tornano alla normalità
giocando a criket su uno sterrato, viene in mente ciò che il grande
Fabrizio De Andrè dice nella “Città Vecchia”, qui “il sole del buon Dio
dà i suoi raggi” , e non sono solo quelli di un sole bruciante che
scalda le palme ma anche quelli che smuovono le differenze, religiose e
non, avvicinandole, e che lasciano ben sperare, pur nella fragilità
dell’essere umano, su una ricostruzione che non si limiti a quella
delle case ma che sappia esprimersi latu sensu anche sociologicamente.
Luca Capurro