Un capodanno (diverso) in Sri Lanka

dicembre 2006

Il 26 dicembre di due anni fa si è scatenato uno tsunami portando con sé morte e distruzione.
Di fronte a questa calamità naturale e alle sue conseguenze nella Lega Missionaria Studenti, movimento ignaziano dei gesuiti italiani, è nata la volontà di aprire un nuovo fronte capace di rappresentare uno fra i tanti granellini di sabbia che alimentano le speranze di chi stava soffrendo.
Dopo i contatti con i gesuiti presenti da anni in loco quest’estate, in Agosto, un gruppo di volontari hanno prestato il loro aiuto di ricostruzione, di animazione e di conforto nelle città di Colombo e Batticaloa, fra le meno aiutate dalla comunità internazionale.

I mesi successivi all’evento hanno visto la donazione di migliaia di miliardi di dollari da tutto il mondo, fatto che, al di là di una corruzione dilagante - come dappertutto, lascia ben sperare per una pronta ricostruzione.
Le speranze sono date anche dalle persone che, tanto da fornire un esempio, al di là delle differenze etnico-religiose sono accorse dalle campagne alle coste, duramente colpite, offendo aiuto.

Con queste premesse sono partito il giorno di Natale con i padri Massimo Nevola s.j. (segretario nazionale L.M.S.), Francesco Beneduce s.j. e un medico volontario, per un viaggio di ricognizione che sapesse fare il punto sulla situazione degli aiuti e del grado di ricostruzione ad un anno dalla sciagura, oltre a saper fornire elementi per vedere come ottimizzare la parte restante di fondi di aiuto.

L’ambasciatore italiano in Sri Lanka ci ricordava come lo sforzo degli italiani, coinvolti allora, fra le altre iniziative, nelle donazioni via sms sia stato più consistente che in altre circostanze, ma inferiore a quello di altre potenze tra le quali ci annoveriamo e che, come nel caso dell’Inghilterra, avevano raccolto quasi il doppio.

l'interno dell'areoporto di Dubai

Dopo 11 ore di viaggio in aereo e un breve scalo a Dubai dove i nostri connazionali, tra le palme sintetiche dell’aeroporto, facevano tappa prima di sbarcare su una delle tante splendide isole dell’Oceano Indiano, arriviamo a Colombo, capitale dello Sri Lanka (dopo che lo era già stata Kandy in passato), che ci accoglie con un caldo torrido in un terminal che quest’estate era ancora in costruzione.
La gente del posto cerca i parenti tra la folla che esce dall’aeroporto, molti di loro sono lontani da casa da anni, tanti hanno trovato lavoro e sostentamento in Europa facendo i portinai o altri lavori umili e la commozione è tanta, altri acquistano elettrodomestici uscendo dall’aeroporto felici dell’aver fruito del lieve sconto dei tassi doganali.
Fuori, il traffico inquinato dai motori si muove con una frenesia inconsueta da queste parti contraddistinte da una calma estranea agli europei.
Appena fuori dal centro convulso della capitale numerosi posti di blocco dei militari si snodano allerta, restringendo la carreggiata con rudimentali barili di metallo o invitando i veicoli a fermarsi: sono i primi segnali tangibili di una guerriglia che continua a mietere vittime.

I monsoni sono da poco terminati in Sri Lanka, isola grande due volta la nostra Sicilia, le piogge abbondanti che hanno portato sono ancor visibili nelle pozze d’acqua ai bordi delle strade sterrate e nelle risaie che da esse traggono nuova vita; tra qualche settimana l’acqua si sarà asciugata e renderà gradite le sporadiche piogge che il monsone di ritorno saprà offrire.
L’isola di Ceylon, perla d’oriente come veniva chiamata anticamente, continua tuttavia a mostrare una natura unica, rigogliosa e lussureggiante grazie alla vicinanza all’equatore, costituita dalle palme che ricoprono l’isola tutta, dalle piantagioni di thè e da alberi dalle lunghe fronde liberi di innalzarsi in cielo che danno riparo ad uccelli e scimmiette, oltre che agli elefanti che in certe zone si riescono a vedere anche solo passando in strada.

Kandy, albero nel monastero buddista che contiene il "dente di Buddha"

La guida nella corsia sinistra ed il volante a destra nell’abitacolo delle macchine mostrano le reminiscenze della dominazione inglese, cessata nel 1948, un anno dopo quella dell’India per cui tanto aveva fatto “il Mahatma Gandhi”, una dominazione capace tuttavia di lasciare al paese una struttura nel complesso dignitosa, certo migliore di tante altre realtà dell’Africa o dell’America Latina.
Un livello che può contare per esempio su un tracciato ferroviario lento e arretrato ma in funzione, un sistema fognario e acqua corrente in quasi tutta l’isola.

Traffico ferroviario a Colombo

L’indipendenza dagli inglesi e la successiva sostituzione nel 1949 del cingalese come lingua ufficiale in luogo dell’inglese stesso, hanno di fatto dato impulso alla faida ancora in atto tra il governo cingalese ed i tamil.
I tamil dello Sri Lanka sono i protagonisti di una guerra civile sanguinosa e dimenticata dal resto del mondo: questo popolo, di origine dravidica, induista, subisce una sistematica discriminazione, non solo religiosa, da parte della maggioranza cingalese buddista.
La situazione è precipitata negli anni '70, con la formazione del gruppo delle Tigri per la liberazione del Tamil Eelam (Ltte) che ha intrapreso una lotta armata, a cui i cingalesi hanno risposto con l'esercito.
La guerra civile che ancora oggi si combatte ha costretto almeno un milione di tamil a lasciare casa propria per i campi profughi e 60 mila persone a lasciare il Paese. Sessantaquattromila i morti.
Da più di 20 anni è in atto una mediazione da parte di diplomatici norvegesi che proprio per l’assenza di legami e interessi in Sri Lanka si pensava potesse essere migliore di altre anche se al momento ha dato pochi risultati.
La notte di Natale, infatti, è stato ucciso a Batticaloa il parlamentare tamil Joseph Pararajasingam, in chiesa dopo aver ricevuto la comunione, da due ragazzini che, dopo aver sparato ferendo anche altre persone, si sono poi dileguati.
L’attacco certo vile, orchestrato a tavolino con freddezza da guerriglia organizzata, è un segno inequivocabile e terribile per il contesto in cui si è sviluppato, da parte di chi, all’interno dei tamil, non ammette il dialogo e la cooperazione con il governo cingalese.
Il successivo funerale - al quale abbiamo presieduto - ha visto da una parte la disperazione della famiglia, dall’altra la rabbia soffocata solo in parte di chi, all’interno della stessa gente, della stessa fazione, vede mietere vittime limitando una pace voluta dai più.
Il 1990 è stato un anno maledetto nell’ambito della guerra intestina: ben 900 soldati cingalesi sono rimasti uccisi nei posti di blocco che ancora oggi presidiano, ogni poche centinaia di metri, dalla guerriglia tamil.
La problematica è complessa e non è riducibile al solo tentativo d’indipendenza che i tamil vorrebbero.
Ciò che mi preme sottolineare è come questa faida trasversale lambisca davvero una bassa percentuale della popolazione tutta, popolazione che ha mostrato il suo volto più vero e caritatevole in conseguenza dello tsunami, quando dalle campagne sono accorse persone sulle coste per aiutare le vittime del maremoto.

Tuttavia la ricostruzione procede: tanti sono i cantieri all’opera in tutta l’isola, tante sono le strutture che stanno sorgendo da solide fondamenta di cemento armato.
La spesa media che richiede una casetta è di 5000 € ciascuna ed è sufficiente ad un’intera famiglia.
A datch barl, frazione di Batticaloa colpita in maniera consistente dallo tsunami, opera Johnmery, “the tamil tiger”, gesuita col quale collabora la Lms, che raccoglie una quindicina di bambini tutti orfani di almeno un genitore.
La situazione di questi bambini, per i quali Johnmary è un padre, ricorda quella che vedevamo nei primi viaggi in Romania, con queste ragazzine che aiutano nelle faccende domestiche e nella preparazione del cibo, e dei ragazzini che danno il loro contributo spostando mattoni o facendo ciò che il caso impone.
Questi bambini vivono in baracche di lamiera adiacenti la scuola abbandonata dove vive “the tamil tiger”, davanti alle baracche in cui sono divisi c’è la scuola, fatta di una struttura di legno coperta da foglie di palma, il suolo è la sabbia marrone chiaro che arriva alla laguna.
Proprio il 1 Gennaio è stata benedetta la prima pietra della casa che ospiterà questi bambini: l’idea è quella di sostituire gli stuoini sui quali dormono, gli stessi che usiamo noi ad agosto in spiaggia, con dei veri e propri letti.


Datch Barl  (Batticaloa) scuola adiacente alla parrocchia di John Mery

Negli stessi giorni abbiamo avuto modo di conoscere il vescovo cattolico di Westmister Abbey di Londra, O’Connor, in visita nella stessa zona per la benedizione di casette finanziate dall’Inghilterra: il legame con quelle che fino a poche decine di anni fa erano colonie inglesi è ancora forte.

Visita a Batticaloa dell'Arcivescovo di Westminster Abbey (London)

La personalità carismatica di O’Connor ha commosso la gente accorsa in cerca di una benedizione dall’arcivescovo, gli sono è prostrati ai piedi dopo aver posto a lui, come a me ed a tutta la schiera di “europei”, il tradizionale “bollino rosso” sulla fronte, tipico della cultura induista ma anche segno di benvenuto per le popolazioni locali. E’ un uomo pronto e ironico: nel momento in cui gli ho chiesto se mai avesse visitato la nostra splendida cattedrale di S. Lorenzo, contenente, fra le altre cose, anche la bomba (inesplosa) della marina inglese risalente alla seconda guerra mondiale, mi ha risposto, ridendo, di no, ma che conosceva bene e salutava il nostro vescovo Bertone.

1 gennaio, benedizione della prima pietra dell'orfanotrofio  di Datch Barl (Batticaloa)

Ci sono famiglie che non sono più tornate nella loro casa lasciando le macerie e aspettando che il governo provveda a loro nell’assegnazione di un nuovo alloggio, così ci hanno detto al TRO (temporary refugee org.), campo profughi costruito dagli svizzeri.
Questo campo che accoglie più di 750 persone, è costituito da baracche di lamiera di 4 metri per 4 dove abitano intere famiglie, queste sono intervallate da una pompa d’acqua ogni 4 baracche; nelle ore diurne i raggi del sole che battono incessanti scaldano oltremodo la lamiera e costringono gli abitanti a trovare “ristoro”fuori dai rifugi in “dependances” fatte con foglie di palma.

baraccopoli a Colombo
Nel corso del sopralluogo abbiamo avuto modo di incontrarci in due occasioni con la delegazione italiana della Protezione Civile oltre che con Emma Bonino, Giuliano Amato e Guido Bertolaso, venuti a verificare lo stato di realizzazione dei progetti da tempo preventivati e fianziati, alcuni dei quali con Magis, onlus dei gesuiti italiani.

Trincomalee, donazione delle prime imbarcazioni alla popolazione da parte del Magis e della Protezione Civile

Proprio il Magis ha proposto e realizzato con successo un concorso, promosso nelle scuole medie della città di Trincomalee e dintorni che ha coinvolto 600 bambini, di tutte le confessioni religiose, con la finalità di far loro rappresentare in un disegno un loro ricordo sullo tsunami che tanto ha influito, loro malgrado, sulle loro vite.

alcuni dei disegni del concorso che ha coinvolto 600 bambini di Trincomalee, promosso dal Magis
Gli spostamenti tra le varie città (Colombo- trincomalee; tincomalee- batticaloa; batticaloa- kandy; kandy- colombo) in un contesto splendido di natura e vegetazione che abbiamo compiuto, hanno saputo offrirmi anche la conoscenza di “quattro moschettieri” ultraottantenni, gesuiti che hanno dedicato la loro vita all’isola di Ceylon: i padri gesuiti Chianese, Catalano e Stefanizzi a Colombo e Perniola a Kandy, autore quest’ultimo di un copioso lavoro sulla ricostruzione e sulla ricerca della storia religiosa srilankese.
A contatto con loro sembra impossibile non pensare al 1969/70 quando il gesuita americano Marren decise di donare i 3 collegi dei gesuiti presenti nell’isola al governo; le cronache ufficiali parlano di costi di gestione troppo elevati e di un’impossibilità nel fare altrimenti anche se la paura di veder ripetuto l’esilio dei gesuiti perpetuato in Cina negli stessi anni ad opera dei governi comunisti potrebbe suggerire un altro movente.
tipico negozio delle strade srilankesi

I giorni sono stati caratterizzati da una vibrante intensità data oltre che da una cornice di terre e mari splendidi ha visto anche l’amicizia della popolazione locale al punto da rendere difficile la partenza.
Lo stile umile e sobrio della gente che già aveva poco, ed ha ancor meno, conferma quella vicinanza a Dio che consente loro di trarre da esso linfa e sostentamento più di quanto sia possibile, spesso agli occidentali.
In questa terra tropicale con 19.000.000 di persone, di frutta esotica e di piantagioni di thè, di granchi rossi come il fuoco, di pescatori a bordo di canoe, di ragazzini che poco alla volta tornano alla normalità giocando a criket su uno sterrato, viene in mente ciò che il grande Fabrizio De Andrè dice nella “Città Vecchia”, qui “il sole del buon Dio dà i suoi raggi” , e non sono solo quelli di un sole bruciante che scalda le palme ma anche quelli che smuovono le differenze, religiose e non, avvicinandole, e che lasciano ben sperare, pur nella fragilità dell’essere umano, su una ricostruzione che non si limiti a quella delle case ma che sappia esprimersi latu sensu anche sociologicamente.

Luca Capurro

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